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Riforma giustizia tributaria: cose dell’altro potere (costituzionale o meno)

Giurista e saggista
Riforma giustizia tributaria: cose dell’altro potere (costituzionale o meno)

È un mondo, quello della giustizia tributaria, che per riformarlo occorre viverlo. Primo per vestire i panni del difensore dei contribuenti con tutte le implicazioni che ciò comporta. Secondo, non meno importante del primo, per vestire i panni del giudicante con tutte le sue contraddizioni. Terzo, non meno importante del primo e del secondo, per vestire i panni del contribuente con tutte le sue preoccupazioni. Manca un ultimo motivo, certamente, meno importante di tutti gli altri elencati. Tuttavia è, quasi paradossalmente, il più essenziale a rendere l’idea di quale sia lo stato dell’arte (in termini politici e non): vestire i panni del c.d. “visitatore occasionale di cantiere”. Quest’ultimo è, come può immaginarsi, il “chiunque” pieno di indifferenza rispetto a quanto accade in questo mondo. Mondo la cui cornice normativa va adattata ed orientata al costituzionale stando ai tempi ed alla maggior consapevolezza giuridico-sociale maturata sulla problematica.

Un ordine alfabetico minimo di riforma si può ipotizzare. Partiamo dalla lettera A (e per ragioni intuibili non si potrà arrivare alla Z per elencare tutti i problemi da fronteggiare per la giustizia tributaria senza, però, rinunciare a farlo successivamente). “A” come abrogazione: occorre cancellare la norma entrata in vigore a dicembre 2021 che porta il nome di “Emendamento Pittella” (di cui forse quest’ultimo, non essendo un giurista o fiscalista, ha colpe ma non meno importanti dell’intero Parlamento che nulla ha opinato in merito). Per intenderci, detta norma vieta (disorientativamente e discutibilmente) l’ammissibilità dei c.d. “ricorsi al buio” per difendere i contribuenti. La Cassazione guardingamente, poche settimane fa, ha sottolineato come si tratti di una norma non solo di dubbia costituzionalità, ma che espone lo Stato italiano alla violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Come anche un corsista di giurisprudenza al primo anno può facilmente decifrare, quanti contribuenti finiranno sul lastrico finché la Consulta non dichiarerà l’incostituzionalità?

“B” come buona fede (non “Bonafede”) perché è l’idea di riforma che serve per tornare a far maturare la fiducia nella giustizia da parte dei cittadini e da parte dello Stato nei cittadini stessi. Cosa che latita nella mente del legislatore, soprattutto, tenuto conto dell’audizione parlamentare del 7 aprile scorso di Ernesto Maria Ruffini, direttore di Agenzia delle Entrate nonché dell’Agenzia della riscossione nazionale (ex Equitalia per intenderci), che nel rappresentare i dati di affidamento in carico esattoriale ha manifestato, altresì, la preoccupazione in termini di ingolfamento ed intasamento del magazzino fiscale. Dato l’andazzo, chiediamoci francamente, quante occasioni perde lo Stato in ordine al mancato recupero delle persone al lavoro (specie partita iva medio-piccole) se non  stabilizza rottamazioni e altri strumenti di pace fiscale anche alla luce della crisi pandemica?

“C” come “contenziosmosi”: conio che in quest’analisi (si spera funzionalmente) serve a rappresentare come il contenzioso influenzi lo sviluppo del Paese. Per questo in relazione al fine della lettera B è necessario recuperare al lavoro quanta più gente possibile (in primis facendo uscire unità anche dal reddito di cittadinanza facendoli tronare contribuenti). Ebbene, utile è anche focalizzarsi su un dato di fatto: metà dei giudizi tributari in Cassazione viene ribaltato a favore dei contribuenti. Delle due l’una: o sbagliano i giudicanti (nei primi due gradi di causa) o sbagliano gli uffici accertatori e/o riscossori (a monte).

“D” come diritto di difesa che deve essere la genesi nonché il fine stesso di una idea di giustizia che si basi su due direttrici insuperabili: parità di trattamento tra pubblico e privato e giusto processo. Due principi, quest’ultimi, che nella Costituzione si legano sinfonicamente come note trine: 3, 24, 111. Allora è qui che occorre pensare, anzitutto, a chi deve fare il giudice tributario spostandoci, ancora una volta, su una domanda sacrosanta. Possibile che l’Italia, culla del diritto, ha un impianto normativo in cui si prevede che un giudice requirente-indagatore (c.d. Procuratore della Repubblica presso l’ufficio di Pubblico Ministero) possa, al contempo, fare il giudicante in sede tributaria? Al netto del fatto che una persona (un giudice requirente) possa essere terza e imparziale nell’animo (e perciò a prescindere dal ruolo lavorativo e di incardinamento nell’amministrazione giudiziaria), si giunge ad una riflessione conclusiva sulla questione.

Quanto esposto in questo passaggio non rappresentata una stortura genetica del nostro diritto che non altro si traduce in una incostituzionalità stessa (non dichiarata sino ad oggi ovviamente) di un impianto giudiziario-tributario pensato male e generato negli anni novanta in un momento storico, aprioristicamente iper-manettaro, di tendenziale considerazione colpevolista del contribuente? Se tentassimo di spiegare ad un piccolo commerciante queste cose ci risponderebbe che si tratta di “cose dell’alto mondo”. Come dargli torto, ma forse meglio dire “cose dell’altro potere”. Quello dell’indifferenza. Un po’ come quel visitatore occasionale di cantiere che si ferma, guarda e passa. Tanto non tocca a lui (pensa).

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