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Trump: l’obiettivo è il caos

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Trump: l’obiettivo è il caos

A meno di 100 giorni dalle presidenziali americane e con il Covid-19 che torna a mietere contagi, negli Stati Uniti sono ormai in molti, tra gli osservatori, a convergere su un’interpretazione della decisione dell’amministrazione Trump di reprimere con durezza le proteste a Portland: si tratta di una messa in scena. Sull’Atlantic, Anne Applebaum non ha risparmiato critiche al fatto che uomini, appartenenti ad una congerie di agenzie dipendenti dal Dipartimento della sicurezza interna, siano stati schierati in “uniformi mimetiche con contrassegni poco chiari, trasportando armi pesanti, utilizzando manganelli e gas lacrimogeni” (il procuratore generale dell’Oregon, Ellen Rosenblum, ha infatti citato in giudizio il governo federale, sostenendo che i manifestanti sono stati arrestati lontano dalla strada da veicoli non contrassegnati, senza alcuna accusa).

Ma approfondendone le implicazioni, Applebaum ha definito i fatti di Portland un esempio di “autoritarismo performativo, una forma di politica che ha raggiunto nuove vette di sofisticazione in Russia negli ultimi dieci anni ed è ora arrivata negli Stati Uniti”. La giornalista e saggista americana naturalizzata polacca, ha paragonato le scene di Portland al caos fomentato dal presidente russo Vladimir Putin in Ucraina (Applebaum racconta le manifestazioni del 2014 a Kiev, la crisi del governo del paese e l’invasione russa con personale militare senza contrassegni) ed ha sollecitato le persone ad unirsi e ad agire contro una simile prospettiva. A Portland, scrive Applebaum, “lo scopo è trasmettere un messaggio”. L’intervento non è stato “concepito” per garantire la “pace” nella città, ma “per mostrare quanto Trump non ami i ‘liberal’ americani, gli americani ‘delle città’ e gli americani ‘democratici’. Per dirla in modo diverso (e per fare eco al mio collega Adam Serwer): il caos a Portland non è un incidente. Il caos è l’obiettivo (…) Ora che è stata deliberatamente intensificata, la violenza fornirà immagini, filmati, video clip e altro materiale per i supporter di Trump e per la sua campagna elettorale. Su Fox News, Sean Hannity ha già dichiarato Portland ‘zona di guerra’. Tucker Carlson ha parlato di manifestanti come di ‘masse violente’ che mantengono i liberal democratici al potere”.

La giornalista turca Ece Temelkuran condivide le stesse preoccupazioni di Applebaum, e traccia un paragone più ampio con il suo paese. Secondo Temelkuran, infatti, Trump and Erdoğan si somigliano come due gocce d’acqua. I punti in comune tra il presidente Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan “sono legione”, scrive Temelkuran: “i discorsi sulla vera identità nazionale, contrapponendo i ‘veri’ americani o i ‘veri’ turchi a quelli ritenuti meno autentici; le esitazioni dell’establishment politico, che immaginava ingenuamente di poter domare una forza politica sconosciuta e creata da poco; e il nuovo presidente che calpesta le rispettate istituzioni del paese”. Il partito di Erdoğan, l’AKP, analogamente, “ha definito i suoi avversari come élite corrotte e cosmopolite”; e, allo stesso modo, i media sono stati presi alla sprovvista, incerti se (e dove) porre un limite alla deriva (o assecondarla). Tutte cose già viste, del resto (anche dalle nostre parti).

 

“Quando seguo la politica degli Stati Uniti mi sento come se stessi guardando un film horror di serie B”, scrive Temelkuran. “Vorrei gridare allo schermo: ‘Non prendete quella strada, sciocchi!’. Dopo tutto quello che è successo negli ultimi mesi … Voglio urlare ad alcuni dei protagonisti principali, tra i quali i media e i democratici: ‘Prendete la prima svolta, prima che sia troppo tardi!’”. Insomma, la convinzione che l’obiettivo di Trump sia il caos si è fatta strada anche oltreoceano. Non è un mistero per nessuno che, come ha rilevato la ricerca svolta l’anno scorso dal Pew Research Center, le valutazioni sulla gestione degli affari mondiali da parte del presidente degli Stati Uniti siano perlopiù negative in tutto il mondo, che in particolare l’Europa diffidi del presidente americano, e che, in Germania, l’atteggiamento verso Trump sia di particolare allarme. Una copertina recente del settimanale tedesco Der Spiegel, in cui campeggia il titolo “Der Feuerteufel” (il piromane), ha raffigurato il presidente americano nell’Ufficio ovale con in mano un fiammifero acceso ed il paese in fiamme visibile dalla sua finestra.

Osservando che il titolo riecheggia l’incendio del Reichstag che ha consentito ai nazisti di prendere il potere, Roger Cohen ha scritto, in un recente articolo sul New York Times, che alla Germania la democrazia liberale è particolarmente cara, dato che ha già visto la sua scomparsa, e che il dispiegamento di agenti federali contrassegnati in modo poco chiaro a Portland, può ricordare ad alcuni un primo passo verso l’autoritarismo, visto il ruolo che hanno avuto altrove le formazioni “paramilitari” in questo sviluppo. “La ripugnanza tedesca nei confronti di Trump ha molte componenti. È il temibile uomo di spettacolo che agita il nazionalismo, il razzismo e la violenza come se il ventesimo secolo non avesse insegnato nulla”, scrive Cohen. “È l’aspirante distruttore delle istituzioni multilaterali che hanno portato la pace europea e reso possibile ai tedeschi di rialzare la testa. È un fascista in divenire”.

 

 

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