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Un ponte, l’italico genio e l’indifferenza dei media

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
Un ponte, l’italico genio e l’indifferenza dei media

“Bad news is good news”, una cattiva notizia è una buona notizia. Siamo tutti capaci di tirare fuori il giornalista che c’è in noi e dare sfogo a uno dei pilastri del giornalismo, appunto. Eppure, ci sarebbe così tanto di buono, in Italia, di cui parlare, da diffondere.

Insomma, tutti molto, troppo attenti a indicare col ditino puntato cosa non va bene di qua e cosa è immorale di là. Siamo campioni mondiali di questo sport. Perché se poi in realtà andiamo a scavicchiare, e neanche tanto, troviamo un mare di buone pratiche, ma talmente tante da poter addirittura pensare di costruirci un bel pezzo di futuro. Talmente tante da poter far “schiattare d’invidia” il resto del globo, volendo parafrasare la celebre scena de “Il Ciclone”, in cui Tosca D’Aquino balla ubriaca sul tavolo del ristorante.

E non starò qua a parlare delle bellezze artistiche, del sole, del mare, della pizza e della mozzarella (che pure, voglio dire…), stereotipi ormai rancidi e stantii e presenti in tutto il mondo. Voglio parlare delle prove che sappiamo dare ma che non sappiamo riconoscere. Che sappiamo offrire ma che non sappiamo fare nostre. A cui, cioè, non siamo capaci di dare il giusto valore. Dopodomani, 3 agosto, una solenne e composta cerimonia di inaugurazione sancirà la riapertura del Viadotto Genova San Giorgio, conosciuto come Ponte Morandi. Un chilometro e 67 metri di lunghezza distribuiti su 19 campate sorrette da 18 pile in cemento armato di sezione ellittica. Trenta metri di larghezza e 45 di altezza.

Parzialmente crollato il 14 agosto 2018, fu tirato giù completamente nel giugno 2019, attraverso un’opera di demolizione calcolata al milligrammo. Sappiamo tutti che il progetto del nuovo viadotto porta la firma di Renzo Piano, uno degli architetti più famosi al mondo, che lo ha donato alla propria città. Webuild (ex Salini-Impregilo) e Fincantieri lo hanno rimesso in piedi in un anno grazie al cosiddetto “modello Genova” – che, per alcuni in maniera fin troppo disinvolta, ha derogato al Codice degli Appalti. Di fermarsi durante l’emergenza Covid non ci hanno neanche pensato.

Hanno lavorato giorno e notte, dando al mondo un esempio fulgido di ciò che l’Italia è in grado di fare. Con un’efficienza tale che neanche gli italiani se ne sono accorti, presi come siamo a cercare le bad news col lanternino. Sia i cittadini che media. A parte qualche servizio relegato in coda ai tg e di spalla ai quotidiani (le testate di respiro più “territoriale”, come ad esempio TeleGenova e il Secolo XIX, hanno dato ampio spazio al tema in tutti questi due anni), mi è capitato di vedere davvero poco sulla ricostruzione del ponte. Invece credo che i media, con la loro forza dirompente, avrebbero dovuto piazzarsi sulle rive del Polcevera, proprio come nei giorni successivi al crollo, e fare una cosa che oggi va tanto di moda: narrare. Costruire una narrazione per una volta univoca, non lottizzata, ma finalizzata a un obiettivo.

Avrebbero dovuto seguire passo dopo passo la rinascita di quest’opera, che era la rinascita di una città colpita al cuore in una Nazione colpita al cuore da 43 vite cadute e da scene laceranti. Avrebbero – e mi riferisco soprattutto al servizio pubblico – dovuto dare maggior risalto e visibilità al genio italiano, che per molti pare essersi fermato alle mirabilie di Leonardo e che invece continua a produrre talenti in serie, a macinare idee trasformandole in splendide realtà, ad accompagnarci per mano nel progresso e nel futuro. Forse siamo acerbi per poter pensare a uno storytelling di questo genere che Francia, Giappone e Stati Uniti, per citare le prime tre società che mi vengono in mente, avrebbero senz’altro fatto. O forse siamo impostati in maniera tale da essere certi che tutto valga infinitamente più delle nostre enormi e continue – ma silenti – dimostrazioni di competenza e di capacità.

Tant’è. Dopodomani, dopo il passaggio delle Frecce Tricolori e il transito della prima auto, quella del Capo dello Stato, il viadotto verrà aperto al traffico. In quel momento, magari, in molti toccheranno con mano la portata storica, tecnica, sociale e nazionale di questo risultato.

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