La laurea è un importante volano per il mondo del lavoro. L’agognato e a volte svalutato “pezzo di carta” è un buon viatico per sbarcare sull’isola felice del lavoro e del guadagno. In Campania, il 62 per cento di coloro che hanno una laurea triennale, a un anno dalla discussione della tesi, trova un posto di lavoro retribuito.

La percentuale è del 61 per cento per gli studenti che scelgono di proseguire gli studi, conseguendo una laurea magistrale. È quanto emerge dallo studio condotto dal consorzio Almalaurea. Ma, smessi i panni da studente, i giovani sono realmente pronti per entrare a far parte del mondo del lavoro? Molto spesso no, e questo perché gli atenei non conoscono le esigenze degli imprenditori.

«L’università, soprattutto quella pubblica, non dà agli studenti gli strumenti necessari per potersi relazionare con le dinamiche e i problemi di un eventuale lavoro – spiega Adolfo Bottazzo, amministratore unico del gruppo Yma e membro del comitato tecnico dell’Università Vanvitelli – Servirebbe un tavolo di lavoro, un confronto continuo tra i dirigenti d’azienda e il corpo docenti delle università, così da costruire percorsi formativi che possano avere un’effettiva e immediata concretezza dopo la laurea». Il problema principale è che i corsi di studio privilegiano l’aspetto accademico, tralasciando quello pratico. Dopo gli studi, quindi, i laureati si trovano spaesati e inseriti in un contesto di cui hanno solamente sentito parlare.

«Le università dovrebbero inserire nei percorsi formativi stage e tirocini – suggerisce Bottazzo – così da preparare i giovani al lavoro, ma anche per favorire il processo inverso e cioè per dare ai dirigenti l’opportunità di spiegare cosa gli occorre davvero». Secondo Almalaurea solo il 51 per cento dei laureati ha svolto tirocini riconosciuti dal proprio corso di studi, il 20 prosegue il lavoro cominciato durante l’università e solo il 23 può contare su un lavoro con contratto a tempo indeterminato e una retribuzione mensile di circa 1.075 euro. La soluzione più logica per accorciare le distanze tra libri e ufficio, dunque, potrebbe essere la seguente: intensificare il confronto tra imprese e università, concedere più spazio alla pratica e «coinvolgere gli esponenti del mondo del lavoro durante gli studi del candidato e non solo al momento del “recuiting” che spesso si traduce in corsi di formazione e di aggiornamento per colmare le lacune dell’università».

Quindi, in che modo potrebbe migliorare l’offerta formativa delle università campane? Secondo Bottazzo «bisognerebbe ridurre i corsi di laurea, inserire esami in lingua inglese o comunque straniera, e potenziare le competenze informatiche. La scarsa attenzione alle lingue è una delle lacune più profonde dell’offerta formativa». Master e integrazioni alla laurea, infatti, sono passaggi quasi sempre obbligati per chi consegue una laurea presso l’università pubblica. D’altra parte, leggendo i dati di Almalaurea, solo il 48 per cento dei laureati dichiara di utilizzare, nel proprio contesto professionale, le competenze acquisite all’università.