C’è un nubifragio ostinato intorno a Milano, rancoroso di bibbia, l’acqua del cielo si unisce agli effluvi di una terra umida. La Pianura raccoglie gli scrosci, li precipita sul penitenziario di Opera e la pioggia supera la sbarra mobile, s’infila di soppiatto oltre le porte, da un cancello all’altro si fa passo silenzioso, percorre corridoi infiniti e beffarda intona la disamistade di De Andrè, per dire che non c’è un altro modo di vivere senza dolore. Dentro il carcere, per chi si chiede cosa sia il carcere, il dolore è un sentimento fisico, un’acqua che informa gli uomini e uragano dopo uragano ne spazza le anime, canne umane la cui unica missione è non spezzarsi. Insieme alla pioggia nel carcere ci entra il freddo, si fissa nelle ossa e le comanda anche in piena estate. Dentro fa sempre freddo, soffia perenne il gelo del maestrale e l’umidità tanfa pure se non c’è. Cancelli e corridoi, silenzi e tempi infiniti, scarpe pulite e facce pallide sono le divise dei detenuti e uno sguardo che è per tutti uguale.

I giusti hanno ricacciato il male dentro enclave di cemento e acciaio e la Ong di Nessuno Tocchi Caino è venuta a forare i muri, andando oltre la speranza di non farcela, per sperare ancora: Spes Contra Spem, nel mantra di Marco Pannella che dentro Opera risulta ancora vivo, mischiato ai presenti nella sala del teatro che porta il suo nome.
Due giorni di discussione, venerdì e sabato, per parlare di diritto penale e di qualcosa che sia migliore del diritto penale per regolare i rapporti fra gli uomini, di una via che non annichilisca le vite di chi sbaglia, e che non disperda l’umanità buona di cui ognuno è portatore. Parlano Sergio D’Elia, Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, segretario, presidente e tesoriere, vecchi e riconfermati, di Nessuno Tocchi Caino. Parlano Gherardo Colombo, Luigi Pagano, Mauro Palma. Parlano esperti e tecnici. Parlano i detenuti.