Cascini attacca il Csm: “Sul carcere abbiamo ignorato Mattarella”

Acque agitate al Consiglio superiore della magistratura, incapace di presentare una proposta forte e unitaria al governo sull’emergenza carceraria legata al Coronavirus. L’altro ieri il Csm ha affrontato il tema in un plenum ad hoc ma non è riuscito a essere compatto. Il massimo organo della magistratura italiana è diviso tra i “prudenti”, i “pragmatici” e i “giustizialisti”. I primi sono rimasti sostanzialmente in silenzio, mentre i “pragmatici” hanno proposto una maxi ma ragionata scarcerazione con passaggio alla detenzione domiciliare di detenuti non condannati per reati e con meno di due anni da scontare. A questa ipotesi si sono opposti i “giustizialisti” come Nino Di Matteo. Alla fine il Csm ha approvato a maggioranza, con 12 voti favorevoli, 7 contrari e 6 astensioni, un documento in cui si afferma che i provvedimenti del governo contenuti nel decreto “Cura Italia” contro il sovraffollamento delle carceri a rischio epidemia sono “insufficienti”. Il Riformista ha sentito il membro togato del Csm Giuseppe Cascini, già segretario dell’Anm ed esponente di Area.

Dottore Cascini, lei ritiene che le carceri italiane oggi siano luoghi pericolosi?
Dobbiamo ammettere che nelle nostre carceri, sovraffollate e con condizioni igieniche non ottimali, avviene tutto il contrario di quanto ci consigliano i medici e ci impongono i decreti, a cominciare dalle distanze sociali impossibili da rispettare in celle così stipate. Obbligano me a non uscire e in caso a salutare un amico da lontano, ma i detenuti condividono le piccole cucine, i bagni e l’ora d’aria. E sempre senza mascherine e guanti. Queste carceri sono chiaramente bombe epidemiologiche.

Il ministro Bonafede dice che i detenuti contagiati sono appena 15.
Il Guardasigilli così non può rassicurarci dato che ignoriamo quanti detenuti abbiano in realtà fatto il test del tampone. E sfatiamo il falso mito che siccome in carcere ci sono molte persone giovani e in salute allora il problema non si pone, semmai in assenza di iniziali sintomi gravi, il virus è ancora più invisibile e facilmente diffondibile.

Esiste in certa politica, magistratura e opinione pubblica l’opinione che i detenuti siano in fondo cittadini di serie b e che i loro diritti non contino poi tanto?
Certamente c’è gente convinta che il mondo carcere sia fuori dalla società, ma è un grave errore. Ogni giorno negli istituti penitenziari entrano ed escono tante persone, come gli agenti e gli operatori, tutti possibili vettori di contagio in famiglia e in giro. Lo dico al partito del “metto dentro e butto via la chiave”: i carcerati non sono estranei alla società e possono pure contagiare le città.

Finora come valuta l’impegno del governo nel contrastare l’emergenza sovraffollamento carcerario?
Ancora insufficiente, basti vedere l’ipocrisia sull’incentivo alla detenzione domiciliare: lo sanno tutti che i braccialetti elettronici, fondamentali, non ci sono e che quindi le carceri resteranno piene.

Qual è il contributo del Csm sulla vicenda? E come valuta il vostro ultimo plenum?
Abbiamo sprecato un’occasione importante e abdicato al nostro ruolo istituzionale di interlocutore del governo su certi temi. Per me il Csm deve dire la sua anche su alcuni temi politici, come questo. Al plenum non siamo stati compatti e il documento finale è timido, privo di una proposta forte.

Non siete stati coraggiosi?
Certamente diverse categorie sono state più incisive di noi, penso ad Anm, Camere penali, l’associazione dei docenti di diritto penale. E non abbiamo nemmeno seguito del tutto il forte messaggio del nostro Presidente, che è anche il capo dello Stato. Mi ha anche deluso il silenzio dei membri laici del Csm, mi aspettavo più idee.

Eppure lei una proposta l’aveva fatta.
Bisognava essere pragmatici. Io ho chiesto a tutti di mettere un attimo da parte le rispettive ideologie e posizioni sul carcere per affrontare insieme un’emergenza straordinaria. Poiché il problema sovraffollamento esiste, dobbiamo decongestionare i penitenziari che rischiano di diventare bombe epidemiologiche. Ho proposto di convertire alla detenzione domiciliare i quasi 20mila carcerati non condannati per reati gravi che devono scontare una pena, o un suo residuo, di massimo 2 anni. Sarebbe un miglioramento reale della situazione.

E dove starebbero i tanti detenuti senza una casa?
Allo Stato basterebbe requisire dei locali e adibirli a strutture eccezionali di detenzione. Non dobbiamo essere abolizionisti ma ragionevoli.

Come mai la sua proposta non è passata?
Non deve chiederlo a me. Purtroppo si fa troppa politica e propaganda sulla pelle dei detenuti. Come se la repressione e l’opposizione all’indulgenza consegnassero consenso. Che dire, spero di avere torto.

Il suo collega Nino Di Matteo ha detto che si tratterebbe di un “indulto mascherato” e che le rivolte in carcere erano “un ricatto della criminalità organizzata”.
Non credo sia il momento di insistere sulle proprie posizioni ma di provare a risolvere un problema. Sulle rivolte in carcere, costate diversi morti, dico che ovviamente è sbagliato essere indulgenti, ma sono atti da studiare. Dovremo approfondire ma forse c’è stato un errore di comunicazione verso gente che si è sentita abbandonata.

Vuole rivolgere un appello a opinione pubblica e colleghi, inclusi i cosiddetti “giustizialisti”?
Questo non è il momento giusto per divisioni ideologiche o per fare filosofia sul diritto, la pena e il carcere. C’è un’emergenza sanitaria e dobbiamo impegnarci per salvare vite umane e rendere attuabili le norme che lo stesso Stato si è dato contro il Coronavirus. Sappiano tutti che il carcere fuori dalla società è un’illusione, un’esplosione del contagio nelle prigioni coinvolgerebbe tutto il Paese.

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