È come un Virgilio contemporaneo, con le chiavi della “selva oscura”. Irene Testa si muove in un labirinto di storie sospese, tra carte e lamenti che pochi hanno il coraggio di attraversare. Pannelliana da una vita, oggi tesoriera del Partito Radicale, conosce a memoria gli archivi di via di Torre Argentina, dove si conservano le tracce della giustizia che sbaglia. Un “corridoio” fitto di corrispondenza, denunce, segnalazioni, all’insegna di un garantismo concreto, che si cala nelle viscere degli imputati. Pezzi di vita dilaniati che fanno clamore solo nel momento di massima esposizione: l’avviso di garanzia, l’arresto. Poi tutto svanisce nel porto delle nebbie e, comunque vada a finire, la destinazione è un limbo di sospetto e diffidenza. Dall’inferno a una sorta di eterno purgatorio. È proprio per reagire a questa indifferenza che prende avvio questa storia surreale.

Il protagonista è Maurizio Bettazzi, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio comunale di Prato. Dal 2013 viene indagato e processato per abuso d’ufficio e concussione. La prima parte della vicenda si conclude bene: dopo 10 anni viene assolto con formula piena. Ed è qui che comincia la “beffa”. Per informare i suoi concittadini dell’esito favorevole, affigge manifesti con il suo volto, evidenziando la parola “assolto”. Il caso ottiene visibilità: se ne occupa la stampa nazionale e Bettazzi, da buon toscano, racconta il suo “inferno” senza risparmiare dettagli. Tanto che i Pm titolari dell’inchiesta pratese, a distanza di 10 anni, lo querelano, ritenendosi offesi da un’intervista rilasciata nel 2023 al quotidiano Libero. Morale? “I Pm indubbiamente hanno troppo potere”, conclude l’ex consigliere comunale, che dopo il processo ha abbandonato la politica.

Sempre in Toscana, ma a Campagnatico, un’altra vicenda dal sapore amaro. In sintesi: una settimana in carcere, un mese agli arresti domiciliari, poi l’obbligo di firma. La storia dell’imprenditore edile Massimiliano Palazzesi inizia nell’estate del 2009, quando finisce sotto indagine per un’ipotesi di corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Amici Miei” sui presunti illeciti al Comune di Campagnatico, vicino Grosseto. Secondo la Procura, in cambio di lavori effettuati presso l’abitazione del sindaco, l’imprenditore avrebbe ottenuto affidamenti pubblici preferenziali. Palazzesi viene incarcerato e gli è vietato parlare con il proprio difensore per cinque giorni. Due giorni dopo l’interrogatorio di garanzia passa ai domiciliari, da cui esce un mese più tardi per decisione del Tribunale della libertà. Sette anni dopo, nel 2016, il magistrato che aveva ereditato il caso chiede l’archiviazione. Due anni dopo è la Cassazione a riconoscere il diritto all’indennizzo per l’ingiusta accusa. Ironia della sorte, o errore macroscopico: l’imprenditore, per i lavori effettuati, aveva emesso regolare fattura e registrato il credito in bilancio. Un dato presente in una documentazione societaria facilmente accessibile.

Ben più drammatica la terza storia. Dalla Toscana si passa alla Sicilia, in provincia di Trapani. È uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana: 22 anni di carcere e 36 di battaglie legali prima della parola fine. Un caso diventato simbolo di torture, confessioni forzate e malagiustizia.  Nell’inverno del 1976, ad Alcamo Marina, vengono uccisi due carabinieri. Giuseppe Gulotta, muratore di 18 anni, viene arrestato insieme ad altri e accusato dell’omicidio dopo una confessione estorta sotto tortura. Nonostante l’assenza di prove solide, nel 1990 arriva la condanna all’ergastolo. Negli anni, le richieste di revisione vengono respinte e Gulotta resta in carcere, cercando di dimostrare la propria innocenza. La svolta arriva nel 2007, quando un ex carabiniere rivela la verità: le confessioni erano state estorte con la violenza e i veri responsabili erano altri. L’assoluzione per non aver commesso il fatto arriva nel 2012, 36 anni dopo. In una recente intervista ha detto: “Ai ragazzi dico che può succedere a chiunque”. Insomma, è una cabala.

La traduzione finale di questo viaggio nei “sotterranei” della giustizia non poteva che essere affidata a Marco Pannella, che li conosceva bene. Il leader radicale, che ha speso una vita per la giustizia giusta, disse: “La separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura, ma la difesa della sua dignità e della sua funzione”. Ora è nelle mani dei cittadini: con un voto si può raggiungere un traguardo inseguito da decenni.