Mario Oliverio è stato presidente della Regione Calabria dal 2014 al 2020, dopo una lunga carriera nelle istituzioni e nel Parlamento italiano nelle file della sinistra riformista. Già dirigente del Pci, poi Pds e Ds, è stato deputato per quattro legislature. La sua storia politica recente è stata segnata da una lunga stagione giudiziaria conclusa con una serie di assoluzioni.

Presidente Oliverio, la sua vicenda politica e umana è segnata da una lunga crociata giudiziaria, fatta di inchieste eclatanti che poi si sono sistematicamente sgretolate in tribunale. Quanto ha pesato in questa dinamica il modus operandi della Procura di Catanzaro, all’epoca guidata da Nicola Gratteri, e come si sopravvive ad anni di indagini costruite su teoremi poi caduti nel vuoto?
«Il “teorema” come metodo investigativo trasforma il processo in un’arma di distruzione della reputazione prima ancora che di accertamento della verità. In Calabria, sotto la guida di Gratteri, abbiamo assistito a una stagione in cui la spettacolarizzazione delle inchieste ha spesso sovrastato il rigore del diritto. Sopravvivere a anni di fango è un esercizio di resistenza psicologica e morale sovrumana: ci si riesce solo se si ha la coscienza pulita e una fede incrollabile nelle istituzioni, malgrado chi le rappresenta pro tempore. Tuttavia il danno non è solo individuale: è un vulnus democratico. Quando un’inchiesta eclatante si sgretola dopo anni, nessuno ripara il tempo perduto e gli enormi danni arrecati. Si sopravvive restando ancorati ai fatti, ma la ferita rimane come monito per una riforma che non può più essere rimandata».

Il garantismo dovrebbe essere nel DNA di una forza riformista e progressista. Eppure, nel momento più duro, quando le misure cautelari ribaltavano la sua vita e la sua attività amministrativa, che tipo di tutela e vicinanza le ha davvero offerto il Partito Democratico? Si è sentito scaricato e sacrificato sull’altare del giustizialismo dalla sua comunità politica?
«Il garantismo non dovrebbe essere una bandiera di convenienza ma un principio identitario. Purtroppo il Partito Democratico ha ceduto alla subalternità culturale nei confronti del giustizialismo, preferendo il calcolo elettorale alla difesa dello Stato di diritto e delle garanzie per la persona. I principi e i valori della giustizia sono stati svenduti alla vandea giustizialista, alimentando perdita di credibilità della politica e debolezza della rappresentanza. Più che scaricato, mi sono sentito sacrificato da un gruppo dirigente subalterno alle pulsioni giustizialiste e all’ala fondamentalista della magistratura inquirente. Una comunità politica dovrebbe essere uno scudo contro l’arbitrio, non un tribunale sommario che anticipa le sentenze. Il silenzio e la distanza che ho percepito non hanno ferito solo me, ma hanno indebolito la funzione stessa della politica, lasciando campo libero a chi usa la magistratura come strumento di regolamento di conti politici e per scalare il potere».

Di recente è arrivata l’ennesima assoluzione che ha scritto la parola fine sull’ennesimo processo, sgombrando il campo anche dall’ultima vicenda giudiziaria. Come si ripara – se si ripara – il danno politico e umano dopo anni passati a difendersi dall’ossessione di doverle trovare una colpa a tutti i costi?
«Il danno umano è, per certi versi, irreparabile. Nessuna sentenza di assoluzione può restituire gli anni trascorsi sotto l’ombra del sospetto o la serenità tolta a me e ai miei cari. Politicamente, qui in Calabria, si è trattato di un vero e proprio “sequestro della democrazia”: il mandato elettorale è stato alterato da iniziative giudiziarie poi rivelatesi infondate. La mia vicenda descrive come si sia deciso di perseguire la persona e non reati: basti ricordare che ho avuto il telefono sotto controllo dal giorno successivo alla mia elezione a presidente della Regione. La riparazione passa solo attraverso la testimonianza e la battaglia politica per il cambiamento. Non cerco risarcimenti personali ma una condizione normale, nella quale non ci sia bisogno di martiri per sconfessare la malagiustizia. Riparare significa garantire che nessun altro cittadino o amministratore onesto debba vivere la stessa odissea».

Tutta questa odissea l’ha spinta a dichiarare convintamente che voterà “Sì” al referendum sulla giustizia. Ci spiega, da cittadino prima ancora che da politico che lo ha vissuto sulla propria pelle, perché avere un giudice realmente “terzo” e separato dalla pubblica accusa fa davvero la differenza per garantire un giudizio equo?
«Ho sempre sostenuto la separazione delle carriere. La mia vicenda ha semmai rafforzato convinzioni che hanno radici lontane nella storia della sinistra nella quale ho vissuto la mia vita. Da parlamentare del Pds e poi dei Ds, per quattro legislature, ho votato convintamente la modifica dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Voterò “Sì” perché la terzietà del giudice è la colonna portante di un processo equo. Oggi la comune appartenenza di chi accusa e di chi giudica allo stesso corpo professionale crea una contiguità, anche psicologica, che altera l’equilibrio della bilancia. Il cittadino deve avere la certezza che chi decide sia in una posizione di assoluta neutralità rispetto alla pubblica accusa. Non è una battaglia contro i magistrati ma a tutela della funzione giudiziaria stessa».

Ancora oggi molti nel centrosinistra e nel Pd boicottano questi referendum sostenendo che riformare in questo modo la giustizia “non sia una battaglia di sinistra”. Lei, che ha una lunga storia nella sinistra istituzionale, cosa risponde a chi vuole regalare le garanzie del giusto processo esclusivamente alla destra?
«Il garantismo è un valore civile, liberale e di sinistra. Dire che il giusto processo non è una battaglia di sinistra è un errore storico e ideale clamoroso. La sinistra è nata per tutelare i cittadini dall’arbitrio del potere, e il potere giudiziario è uno dei più forti. Regalare il garantismo alla destra significa tradire le radici riformiste e socialiste che hanno costruito lo Stato di diritto. Non c’è nulla di progressista nel giustizialismo o nel manettarismo: al contrario, sono i cittadini più fragili a pagare il prezzo di una giustizia spettacolarizzata che calpesta il diritto. Essere di sinistra oggi significa battersi affinché la Costituzione, e l’articolo 111 in particolare, sia pienamente attuata per tutti».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.