Tutto inizia con una telefonata. Una conversazione qualunque tra marito e moglie. Ma quando quelle parole vengono intercettate, trascritte e interpretate in maniera sbagliata, diventano qualcos’altro: la presunta prova di un omicidio. Per Angelo Massaro quell’equivoco si trasforma in un incubo lungo più di vent’anni. Arresto, processo, una condanna a 24 anni di carcere «senza movente, senza arma del delitto, senza un corpo». Nel frattempo, la vita scorre altrove: i figli crescono senza di lui, gli anni passano, la libertà resta sospesa. Fino a quando, dopo una lunga e coraggiosa battaglia, la verità riesce finalmente a riemergere. E Massaro, che sulla sua pelle ha pagato il conto, voterà Sì al referendum.

Come inizia il suo calvario giudiziario?
«Il mio calvario giudiziario inizia il 17 ottobre 1995, da un’intercettazione telefonica mal interpretata e perfino mal trascritta: una consonante scambiata, una “S” trasformata in “T”. Il 10 ottobre di quell’anno era scomparso un mio caro amico e gli investigatori decisero di mettere sotto controllo le utenze telefoniche di familiari e amici. In una telefonata con mia moglie parlavamo semplicemente di un bambino da accompagnare all’asilo e di un trasporto di mezzo meccanico. Per gli inquirenti, invece, quella conversazione divenne la prova del trasporto di un cadavere: alle 8.30 del mattino, su un carrello agganciato alla mia auto, da un paese all’altro. Da lì partirono accuse pesantissime: omicidio, occultamento di cadavere, sequestro di persona e premeditazione».

E poi si arriva alla condanna. Come reagisce?
«Fu una doccia gelata. In quello che considero un processo clamorosamente ingiusto venni condannato in primo grado a 24 anni di reclusione. Senza movente, senza arma del delitto e senza corpo del reato. Eppure, quella condanna venne confermata anche nei due gradi successivi di giudizio. La mia prima reazione fu di totale sbalordimento e stordimento».

Nonostante il passare degli anni, però, non si arrende…
«Ho iniziato a studiare da solo gli atti del mio processo, a leggere giurisprudenza, a capire dove fossero gli errori. Alla fine sono riuscito a scrivere personalmente una richiesta di revisione di 72 pagine, sia nel merito sia in diritto. Inviai quel lavoro all’avvocato Salvatore Maggio, che lo rielaborò e lo presentò ufficialmente. La Corte d’Appello di Potenza respinse la revisione. Ma l’avvocato Maggio ricorse alla Corte di Cassazione, che accolse la richiesta e rinviò tutto alla Corte d’Appello di Catanzaro per un nuovo giudizio. Lì, accanto all’avvocato Maggio, si affiancò anche l’avvocato Staiano».

E, a quel punto, come cambia la situazione?
«A Catanzaro ho finalmente trovato giudici e un procuratore attenti, che hanno fatto ciò che avrebbe dovuto fare fin dall’inizio la Corte d’Assise di Taranto: cercare la verità. Lo stesso procuratore generale chiese la mia assoluzione, evidenziando gli errori commessi sia nella fase investigativa sia durante il processo. Il 22 febbraio 2017 è arrivata l’assoluzione con formula piena, “per non aver commesso il fatto”. Così è finito il mio incubo. Quando fui arrestato lasciai a casa due figli piccolissimi: uno di appena 45 giorni e l’altro di due anni e mezzo. Mi hanno impedito di fare il padre e mi hanno tolto anni di vita che nessuno potrà restituirmi».

Domenica e lunedì si presenterà un’occasione storica. Lei cosa voterà al referendum?
«Voterò Sì. Non voglio un magistrato appiattito sulle tesi del Pubblico ministero, magari perché in passato lo ha sostenuto per una promozione e sente di dover ricambiare quella fiducia. Voglio un sistema disciplinare davvero indipendente, con un’Alta Corte che non sia espressione delle correnti della magistratura».

Se queste norme fossero esistite allora, la sua vicenda avrebbe potuto avere un esito diverso?
«Credo di sì. All’epoca, il Csm archiviò un mio esposto nel quale denunciavo che alcune prove a discarico erano state lasciate letteralmente in un cassetto. Con un organo disciplinare composto da magistrati sorteggiati e non legati alle correnti, un comportamento simile sarebbe stato valutato e probabilmente sanzionato. Anche questo, forse, avrebbe potuto cambiare prima il corso della mia storia».