L'anti-democrazia
Dallo show di Kimmel cancellato ai funerali di Kirk: la democrazia americana è al limite
Il presidente Usa ha ribadito di detestare i suoi avversari e gli eventi lo dimostrano: dal gerrymandering alla censura dei programmi tv, fino ai raid anti-immigrati, il dialogo coi dem è ormai diventato impensabile
Il fine settimana politico statunitense è stato caratterizzato da tanti avvenimenti rilevanti: dalla cancellazione dello show di Jimmy Kimmel (su spinta dell’amministrazione), passando per l’annuncio della gold card da un milione di dollari, per le modifiche ai processi di assunzione di lavoratori stranieri, che porteranno i datori di lavoro americani a dover pagare centomila dollari all’anno allo Stato per assumere stranieri, arrivando infine al pirotecnico funerale di Charlie Kirk.
Proprio dal funerale arrivano le parole più pesanti del Presidente Trump, che pure nella giornata del 19 ha definito “illegali” le trasmissioni che lo criticano eccessivamente. Sul palco di Glendale, in Arizona, Donald ha proclamato che, contrariamente al compianto Charlie Kirk, che secondo il Tycoon aveva a cuore i suoi avversari, lui “odia gli avversari”, sostenendo anche di “non volere il loro meglio”. Queste parole, oltre ad essere un’incitazione all’odio, oltre ad essere assolutamente inadeguate per una figura che viene eletta per rappresentare tutti i cittadini americani, oltre alla retorica che nulla fa per placare l’infuocato clima politico nel Paese, per alcuni potrebbero rappresentare un chiaro passo verso un autoritarismo in versione a stelle e strisce, o quantomeno verso una restrizione dello spazio concesso alla democrazia nel Paese. Per quanto sia evidente il costante tentativo di Trump di spingere all’estremo i limiti e i confini del sistema di checks and balances, oltre alla peculiare situazione di totale asservimento del gruppo repubblicano in Parlamento al Presidente, la democrazia americana sopravviverà, seppur probabilmente in pessime condizioni e con grandi problemi.
Questo per diversi motivi, ma uno in particolare: il metodo trumpiano si basa su una polarizzazione politica estrema, volta a spaccare in due l’elettorato tra “noi” (repubblicani, conservatori, Maga) e “loro” (moderati, democratici, progressisti). Questo crea un clima cui il dialogo risulta impensabile, poiché l’avversario è diventato nemico della democrazia. La storia ci insegna che, nella gran parte dei casi, un aspirante dittatore può diventare tale solo con grandi indici di approvazione nella popolazione. È quello che sta accadendo a El Salvador, dove il presidente Bukele ha ottenuto grande popolarità per aver risolto i problemi relativi al crimine delle gang, sfruttando poi il consenso ottenuto per concentrare su di sé il potere. Dall’altra parte, è quanto una democrazia relativamente giovane come quella sudcoreana ha evitato durante quest’estate.
Gli approval ratings di Trump sono troppo bassi perché si possa credere che un reale colpo di mano contro l’ordine democratico possa avere successo. Non dimentichiamo che il tentativo del 6 gennaio fallì grazie anche al contributo fondamentale dell’allora vicepresidente Mike Pence. Di lì in poi Donald Trump ha scommesso sempre di più sulla fedeltà personale dei suoi seguaci, ma potrebbe comunque non essere abbastanza. È comunque ragionevole credere che, nel corso dei tre anni e poco rimanenti al Presidente Trump, lui e la sua squadra continueranno a spingere al limite i confini della democrazia, e siano d’esempio il caso Kimmel, i raid dell’ICE, il caso del membro del board della FED Lisa Cook, il licenziamento della direttrice del Bureau of Labor Statistics (rea di aver rivisto al ribasso i numeri sull’occupazione trumpiani), il gerrymandering aggressivo in vista delle elezioni di medio termine. Ma nonostante tutto questo, la democrazia americana si dimostrerà essere più forte della volontà di un singolo di spezzarla.
© Riproduzione riservata







