L’abbiamo scritto in più occasioni su queste pagine e oggi dobbiamo confermare la nostra vecchia sensazione: è cresciuta intorno a un leader catilinario come Donald Trump, una America che non è quella raccolta intorno all’élite ricca e conservatrice, meno che mai intorno all’élite aristocratica delle grandi famiglie dinastiche come quella dei Bush. Ma è accaduto – da queste ultime settimane – anzi qualcosa che ha provocato una mutazione nuova e inquietante anche perché appare molto debole l’impegno in Europa, ma anche nel campo democratico americano, di afferrare i motivi che siano all’origine di quel che è accaduto mercoledì a Capitol Hill, con i quattro morti, l’invasione a mano armata di persone che hanno infranto i simboli del tempo e si sono sedute sugli scranni del senato, come avrebbero potuto fare gli invasori celtici nel Senato romano. Non è accaduto di colpo, non è accaduto senza che si potesse prevedere e non è accaduto senza perché. Tutto ciò era stato previsto e descritto da un osservatore accurato come George Friedman che di professione fa il “previsore”, essendo partito molti anni fa dalle previsioni del tempo.

Secondo Friedman era in corso dall’inizio della Presidenza Trump un cambio della pelle, uno scossone, una di quelle rivoluzioni interne che periodicamente sconquassano l’America, di cui tutti i segnali erano già presenti e che hanno cassato sia l’elezione di Trump che la sua caduta. La questione dei pretesi brogli è centrale, anche se sembra ormai chiaro che non sono state vere e proprie frodi. Ma certo è che il Partito democratico ha usato i suoi giudici per ordinare contro il parere della Casa Bianca di ricostruire uffici postali abbandonati per offrire questo servizio non più eccezionale ma di massa che è il voto per posta, assistito dalla presenza di un addetto che si presenta nelle case dei votanti, fa compilare i moduli, raccoglie i voti e poi li avvia su furgoni postali. Trump fece il diavolo a quattro per impedirlo ma fu sconfitto. Quando in alcuni Stati come la Pennsylvania in cui Trump era in testa, il risultato è stato ribaltato dall’arrivo di alcun camion postali che portavano centinaia di migliaia di voti soltanto per Biden, è sembrato che il voto fosse stato manipolato. Ciò probabilmente non è vero, ma il fatto che l’elettorato sia lievitato malgrado la pandemia ha provocato molti sospetti e commenti, Trump è un narcisista di proporzioni gigantesche e la psicologia ha fatto il resto. Ma non si è trattato soltanto della psicologia di Trump, visto che milioni di americani lo consideravano il loro leader se non il loro dio perché ha troncato le tasse e moltiplicato i pani e i pesci dei posti di lavoro.

Risultato: il voto latino, emigrato e una cospicua parte del voto nero ex democratico è andato a lui. Dunque, è nato il mito non infrequente della vittoria mutilata, anzi rubata. La vittoria fatta sparire con una frode, un gioco perverso delle alte sfere organizzative democratiche con i loro sindacati. Sarà tutto falso, ma ha funzionato per far crescere una agitazione che si è trasformata in ira. Il fatto paradossale è che l’assalto ai templi della democrazia non è avvenuto contro la democrazia, per rivendicare una quota di democrazia che secondo molti è stata sottratta con destrezza. Trump ha cavalcato la tigre, sta per fondare un network più potente di Fox News, è pronto a spendere tutto il suo capitale e vedremo se e come saprà modificare il futuro. Ma quel che è certo, a parte le sue personali ambizioni, è che è nato e ha preso forma questo nuovo soggetto politico che cerca le sue forme e i suoi riti nel passato rivoluzionario

Intanto un fatto: molti di coloro che si erano visti profittare delle manifestazioni a favore di Black Lives Matter sul fronte anti-Trump, sono riapparsi nella forza d’urto che ha investito Capitol Hill, incassando l’imbarazzante benedizione del Presidente uscente. Il quale, sia detto per inciso, ha fatto sapere di essere contentissimo che i due candidati repubblicani sono stati sconfitti in Georgia nella conquista di due seggi al Senato, perché si erano messi contro di lui. Il Partito repubblicano, che solo i vecchi ormai chiamano ancora il GOP, the Grand Old Party è morto: non è più il partito dei miliardari con lo yacht e il jet privato, ma è diventato con Trump un partito del “mob”, parola che si può tradurre canaglia ma anche sottoproletariato. Questo nuovo partito creato o evocato da Donald Trump è fatto di componenti tutti lontani dalla nostra mentalità europea e paradossalmente potrebbe essere definito come un movimento rivoluzionario democratico che almeno nelle forme si riallaccia direttamente alla rivoluzione americana e al motto del 1776 che recita: «Quando la tirannia diventa legge, la ribellione è un dovere».

Questo gruppo che ieri l‘altro dava l’assalto a Capito Hill sostiene che quando fu necessario battersi contro gli inglesi soltanto il tre per cento del popolo prese le armi, ma dette il buon esempio a tutti gli altri portandoli alla vittoria. Purtroppo, noi europei siamo di solito sordi e ciechi di fronte a ciò che di più profondo giace nell’animo americano e che non ha l’uguale e nemmeno il simile alle nostre latitudini, salvo forse in Australia. Donald Trump ha coltivato più che l’elettore conservatore, quello del genere a noi meno noto del “libertarian”, un cittadino con la chitarra su una rocking chair, una poltrona a dondolo sotto il portico, avendo a portata di mano un fucile da usare se un agente del governo federale oltrepassasse la sua proprietà. Questi guerriglieri, che avevamo visto molte volte durante i tumulti seguiti alla uccisione di George Floyd indossano uniformi con cui passano da destra a sinistra: i petti ricoperti da un telo nero su cui è disegnata una mitragliatrice bianca su fondo nero con il motto “If you want it, take it”: “Se lo volete, venitevelo a prendere” (originariamente riferito a un cannone che gli uomini di Davy Crockett si rifiutavano di restituire ai messicani di Santa Ana).

E poi camicie sgargianti e bisunte su giubbetti antiproiettile, molte ragazze nere e bianche, moltissimi neri e latinos di origine messicana e cubana che hanno sempre sostenuto Trump nella costruzione del famoso muro peraltro iniziata da Clinton e proseguita da Obama, barba e berretto da baseball e molti fucili d’assalto che i cittadini sono autorizzati a portare come prescrive la loro Costituzione, secondo emendamento, affinché tutto il popolo si senta come una brigata partigiana in armi. In genere questi aspetti genetici della seconda o terza rivoluzione americana in corso sono guardati con disprezzo e trattati con disprezzo alle nostre latitudini ed è un peccato, senza grandi sforzi per uscire dai recenti delle nostre geografie politiche, inapplicabili in America

Nei video abbiamo visto oggetti strani e misteriosi come il movimento boogaloo simboleggiato da un grande igloo su tela da indossare su camicie coloratissime. Nessun gusto militare per le uniformi, il fucile è un accessorio come il cappello, nulla di nazista o di fascista, è una concezione totalmente diversa. I modelli di riferimento sono quelli della misteriosa associazione carbonara del “tre per cento“ i cui simboli decorano i gilet antiproiettile, o l’inno alla rivolta: quando la politica diventa tirannia. la tirannia diventa legge, la ribellione è un dovere, e il congressman Josh Hawley, trumpiano di ferro, ha adottato come simbolo, già che c’era, anche il pugno chiuso delle pantere nere, lui che era in completo grigio e la cravatta.

Nessuno si esercita in profezie e tutto può accadere: ma l’America si è ammalata di una delle sue sconcertanti e spesso esaltanti malattie di crescenza, che si svolgono più o meno ogni quarto di secolo e durante le quali questo popolo si contorce di tumulti e rabbie cercando soluzioni, e alla fine le trova. Biden dovrà dare prova di grande forza intellettuale, che gli fornirà forse la sua vice Kamala Harris. Ma l’America e il mondo sono di fronte a un nuovo scenario, mentre la Cina si avvicina sempre più ai limiti del conflitto col mondo occidentale, mentre i democratici hanno già riaperto il capitolo della guerra fredda con la Russia, che Trump aveva lasciato ai margini.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.