«Stiamo vivendo oggi la morte cerebrale della Nato. Non esiste alcun coordinamento del processo decisionale strategico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati della Nato. Nessuno. Viceversa c’è stata un’azione aggressiva non coordinata da parte di un altro alleato della Nato, la Turchia, in un’area in cui sono in gioco i nostri interessi». Le affermazioni di Emmanuel Macron nell’intervista all’Economist rappresentano un fulmine a ciel sereno. Sicuramente hanno fatto godere i russi. Hanno fatto storcere il naso agli americani. Hanno costretto la Merkel a intervenire per gettare acqua sul fuoco: «Parole troppo drastiche», ha chiosato la cancelliera. Ma i nervi dell’Alleanza atlantica sono ormai scoperti. Alla domanda se credesse ancora nelle clausole di “difesa collettiva” dell’Articolo 5 del trattato istitutivo della Nato – in base al quale un attacco contro un membro è considerato un attacco contro tutti i membri – Macron risponde oggi: «Non lo so». E aggiunge che «dovremmo rivalutare la realtà di ciò che la Nato è alla luce dell’impegno degli Stati Uniti». In pratica, secondo Macron, Washington mostra di voler «voltare le spalle» all’Europa: lo dimostra l’improvvisa decisione del presidente degli Stati Uniti di ritirare le truppe dalla Siria nord-orientale il mese scorso senza consultare i suoi alleati. Pertanto, il presidente francese dice che è tempo che l’Europa sviluppi una propria forza militare e rafforzi la sua capacità di agire come un blocco politico con politiche in materia di tecnologia, dati e emergenza climatica. Per Macron «l’Europa è sul bordo di un precipizio. Se non ci svegliamo c’è il rischio che a lungo andare scompariremo geopoliticamente, o almeno che non avremo più il controllo del nostro destino».

Da Oltreoceano le critiche non si sono fatte attendere. Tom Rogan del Washington Examiner, per esempio, definisce “ridicola” e “ipocrita” l’intervista del presidente francese. «Il governo di Macron – spiega Rogan – spende meno del 2% del Pil per la difesa della Nato. Inoltre la Francia tentenna quando si tratta di spiegare le sue forze navali in operazioni vicino alla Russia. Viceversa, gli Stati Uniti continuano a sostenere le capacità di difesa della Nato. Allo stesso modo, la Germania continua a spendere quasi nulla in difesa. Grazie a Trump, la spesa per la difesa degli Stati Uniti è ora pari a circa il 3,5% del Pil. Senza tale spesa, la Nato avrebbe capacità di ponti aerei, di uso dei missili deep strike e di guerra satellitare pressoché inesistenti. Solo l’opera di persuasione americana dell’Europa ha portato ad aumenti della spesa per la difesa. In definitiva – conclude Rogan – è la forza delle armi che dissuaderà e sconfiggerà una eventuale aggressione russa, non la nobile retorica di Macron né le sue interviste all’Economist». C’è del vero in quello che dice Rogan? Forse sì, ma solo fino a un certo punto. Come segnala infatti da tempo Alessandro Maran, in passato senatore dem e presidente dell’Istituto per la cultura cinese, oggi acuto osservatore delle relazioni internazionali, «è da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla “normalità” e che, una dopo l’altra, le amministrazioni Usa fanno a gara per rassicurare gli americani che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile. Specie dopo i fallimenti in Afghanistan e in Iraq. Che gli Stati Uniti non siano disposti a “mandare una nuova generazione di americani oltremare per combattere e morire per un altro decennio sul suolo straniero”, Obama, tanto per capirci, lo ha ripetuto fino alla noia». Insomma, il “disimpegno”degli Usa non dipende solo dall’America First di Trump, ma è un elemento strutturale di questa fase geopolitica. Anche se, alle prossime elezioni presidenziali, dovesse vincere un democratico, probabilmente non cambierebbe l’approccio della politica estera statunitense. I riformisti europei dovranno tenerne conto. Macron ha dunque ragione quando dice che l’Europa non può più soltanto contare sullo scudo difensivo americano, ma deve imparare a badare a se stessa. Il presidente francese lo disse già nel famoso discorso pronunciato di fronte agli studenti della Sorbona nel 2017: «In questi anni non ci siamo resi conto di quanto l’Europa crescesse al riparo. Al riparo dal resto del mondo in primo luogo. La sicurezza non era affar suo, perché assicurata dagli americani». Ora quel riparo potrebbe venire a mancare e conviene cominciare a ragionare sulla difesa comune europea in modo strategico.

Qualcosa si sta muovendo, ma non è ancora abbastanza. L’Unione europea ha deciso di investire sulla sicurezza qualcosa come 22,5 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027 (contro i “soli” 2,8 miliardi messi a bilancio tra il 2014 e il 2020). Ma è ancora poca roba rispetto a quello che serve: per essere nelle condizioni di funzionare, l’esercito comune europeo richiederebbe investimenti per centinaia di miliardi di euro. Per conformarsi alla linea guida del 2% del Pil, gli Stati membri dell’Ue aderenti alla Nato dovrebbero investire ogni anno altri 90 miliardi di euro, con un incremento del 45 % circa rispetto al loro livello di spesa del 2017. Soltanto in quell’anno, i 28 Stati membri dell’Unione hanno destinato oltre 200 miliardi di euro di spese pubbliche alla “difesa”. Presi globalmente, i bilanci nazionali superano di circa 75 volte le spese per la difesa dell’Ue nel quadro dell’attuale bilancio. Secondo la Corte dei conti europea, il piano dell’Ue presenta diversi problemi tecnici e strategici: l’impossibilità di controllare l’utilizzo delle risorse stanziate con il rischio di spreco di denaro, la moltiplicazione delle strutture con inutili sovrapposizioni con la Nato, l’impreparazione militare. C’è, poi, il macigno politico delle diverse strategie dei Paesi membri: a volte, il “nemico” dell’uno è un alleato dell’altro. Sempre secondo la Corte, «vi è il rischio che non siano stati fissati obiettivi adeguati, e che non esistano sistemi tali da far fronte a quest’incremento della spesa dell’Ue e al nuovo livello di ambizione previsti dalla strategia globale dell’Unione». Insomma, l’Ue sembra non avere ancora le capacità militari corrispondenti alle nuove aspettative di autonomia e sicurezza manifestate da chi vuole rafforzare e riformare l’Unione. Bisogna infine ricordare che il Regno Unito da solo sostiene circa un quarto della spesa militare totale dei Paesi europei e può contare su un “esercito” specializzato di “guerrieri cibernetici” che in tempi di guerra digitale svolgono un ruolo cruciale. Con la Brexit tutto ciò verrà a mancare alla ipotetica difesa comune. Ecco perché le parole di Macron andrebbero prese davvero sul serio.