L’ultimo rapporto dell’Aifa sulla sorveglianza dei vaccini anti Covid, pubblicato il 26 maggio scorso parte da una premessa chiara: nessun medicinale è totalmente esente da rischi che però vanno sempre bilanciati con i benefici. Partendo da questo assunto l’Aifa fa il punto della situazione delle reazioni avverse per sfatare falsi miti che distinguono i vaccini.

In Italia su 32,4 milioni di dosi di vaccini anti covid somministrate si sono registrate 66mila reazioni avverse sospette (204 ogni 100mila dosi somministrate), indipendentemente dal vaccino e dalla dose (prima o seconda) ma il 90% sono di lieve entità (dolore in sede di iniezione, febbre, astenia e stanchezza, dolori muscolari) e il 10% rubricati come gravi ma in realtà riconducibili a quadri simil-influenzali con sintomatologia intensa. Anche in questo caso le reazioni sono indipendenti dal tipo di vaccino e dalla dose (prima o seconda). Solo nello 0,5% dei casi avversi (meno di uno su 100mila) si registra invece un decesso che si innesta quasi sempre su situazioni cliniche di fragilità. Il nesso diretto con la vaccinazione viene ipotizzato ma difficile da provare. Sono questi i dati analizzati su il Mattino.

I dati capovolgono l’immaginario collettivo che si è diffuso che vedono AstraZeneca e Jhonson come quelli più “pericolosi”. Il report segnala 213 decessi dopo Pfizer (in media 0,96 per 100 mila dosi somministrate, poco più basso della possibilità espressa nel bugiardino), 58 dopo Moderna (1,99 per 100 mila dosi somministrate), 53 dopo AstraZeneca, (0,79 per 100mila) e 4 dopo Jhonson (stesso tasso di Astrazeneca). Praticamente i dati testimoniano che Moderna e Pfizer hanno reazioni che portano a decessi come e addirittura poco più rispetto Astrazeneca e Jhonson.

A questo c’è una spiegazione: Moderna e soprattutto Pfizer sono stati inoculati da subito alla popolazione più fragili e ad oggi la quantità di vaccini fatti è superiore. Non a caso l’età media delle persone che hanno sofferto gli effetti collaterali è di 78,6 anni ma gli anziani sono evidentemente quelli più vaccinati e anche più fragili. Il tempo tra somministrazione e decesso varia da due ore fino ad un massimo di 55 giorni ma più ci si allontana dalla puntura più la causa è difficile da correlare. In 211 casi il decesso è registrato dopo la prima dose, in 98 dopo la seconda. Non sono segnalati decessi a seguito di shock anafilattico o reazioni allergiche mentre è frequente la correlazione con cause cardiovascolari in pazienti già ammalati.

Ma parlare solo di numeri è riduttivo. Lo studio di Aifa dimostra infatti che in presenza di informazioni dettagliate e complete sullo stato clinico del paziente riportano a cause di morte alternative al vaccino. E non sempre questi dati clinici dettagliati sono presenti per stabilire una concausa effettiva. Oltre la metà dei casi non risulta correlabile al vaccino come causa di morte, il 36,9% indeterminato e il 3,6% inclassificabile per mancanza di informazioni. In pratica solo in quattro casi (1,8% del totale), il rapporto sembra essere diretto.

Per Astrazeneca viene comunque confermato il dato di un caso di trombosi ogni 100mila dosi somministrate in Italia, e nessun caso dopo la seconda dose prevalentemente in persone con meno di 60 anni. Nessun caso è stato segnalato dopo il richiamo in linea con i dati europei.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.