La storia è nota, ma con il passare del tempo la memoria rischia di accorciarsi. Il 23 marzo 1944, 33 soldati nazisti furono uccisi nell’attentato di Via Rasella, al centro di Roma. La rappresaglia che seguì il giorno seguente, dopo frenetiche contrattazioni con Hitler che voleva una strage ancora più estesa, condusse alla morte di 335 italiani. Alcuni prigionieri furono prelevati dal Comando nazista di Via Tasso, dove erano stati torturati all’interno di camere a cui erano state murate le finestre. Oggi parte di quell’edificio ospita il Museo Storico della Liberazione, mentre il resto del palazzo è stato trasformato in un condominio. Altre vittime furono caricate su camion al carcere di Regina Coeli. Fra loro, come a Via Tasso, erano presenti partigiani ed ebrei, ma anche detenuti comuni o persone fermate per accertamenti, che servirono a raggiungere il numero ordinato da Berlino.

Solo due mesi prima, da quella prigione erano riusciti a fuggire Giuseppe Saragat e Sandro Pertini, futuri Presidenti di una Repubblica che era ancora solo una speranza. Con gli Alleati poco lontani da Roma, la confusione era grande. Anche nella Resistenza, in molti erano rimasti sorpresi dell’attentato, come ricordato nel libro autobiografico dell’agente dell’OSS Peter Tompkins, che lavorava con vari gruppi della Resistenza romana per facilitarne i contatti con le truppe alleate. Nessuno sapeva della rappresaglia messa rapidamente in atto.

I prigionieri non sapevano dove sarebbero stati portati. La destinazione doveva essere lontano dagli occhi e dall’udito dei cittadini, quindi la scelta delle SS cadde sulle cave di pozzolana sulla Via Ardeatina, all’epoca fuori dell’abitato urbano. Una volta arrivati a destinazione, nel pomeriggio del 24 marzo, i prigionieri furono fatti scendere ancora legati, a gruppi di cinque, e portati nella parte in fondo alle grotte. Lì vennero uccisi con uno sparo alla tempia. Man mano che la montagna di cadaveri cresceva, chi arrivava veniva obbligato a salire sugli altri corpi per venire poi ucciso a sua volta. Quattro ore di strage continua.

Era stato ordinato l’assassinio di 330 ma c’erano cinque persone in più, che furono uccise per non lasciare testimoni. Prima di abbandonare il luogo, le SS minarono gli ingressi delle grotte per nascondere i corpi, che furono trovati solo settimane dopo. La riesumazione iniziò a luglio, dopo la liberazione di Roma. Amici e parenti delle vittime vennero convocati per il riconoscimento delle salme, una volta estratte dal groviglio di ciò che rimaneva dei corpi martoriati, dai tratti irriconoscibili. A volte furono brandelli di abiti a confermare la tragica realtà. Di alcune vittime si conosce il nome solo da pochi anni grazie alle analisi del DNA, mentre altri rimangono ignoti a distanza di 82 anni.

Il sacrario delle Fosse Ardeatine aprì a cinque anni di distanza dalla strage, per dare accesso al luogo dell’esecuzione e ospitare in sepolcri di granito i corpi di tutte le vittime. Da allora, il 24 marzo di ogni anno parenti delle vittime, autorità e altri cittadini partecipano a una cerimonia in cui vengono letti i nomi dei martiri mentre ne viene proiettata la foto all’ingresso delle grotte, accanto al Mausoleo che custodisce i corpi. Nella cerimonia di ieri, il Presidente Mattarella ha deposto una corona di fiori nel piazzale di ingresso delle Fosse Ardeatine. È poi entrato nelle grotte dell’eccidio e reso omaggio alle tombe di alcuni dei caduti. Una presenza silenziosa e intensa, per non dimenticare.

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