Giorgia Meloni era abituata a vincere, ma nel giro di pochi mesi l’aria è cambiata. Ora è inevitabile che le altre riforme, in particolare la legge elettorale, pur rinunciando al premierato, diventino più difficili. Un tema sensibile, non solo sul piano politico ma anche su quello costituzionale. Il dibattito si è concentrato soprattutto su due nodi: il premio di maggioranza e l’ipotesi del ballottaggio che devono stare nei limiti che – con precedenti sentenze – la Corte costituzionale ha definito, bocciando parti del Porcellum e dell’Italicum.

Ma i veri nodi decisivi sono rappresentati dalla reintroduzione del sistema proporzionale e del voto di preferenza. Una scelta che irrompe nel campo dei singoli partiti e dei relativi leader per la formazione delle liste che non può e non deve continuare ad essere di loro esclusivo appannaggio attraverso i listini bloccati, e deve fare i conti con la volontà degli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Un altro passo falso sarebbe letale.

Si voleva evitare che il voto referendario avesse il significato politico che il suo esito ha avuto. Tuttavia sarebbe sbagliato considerarlo un test attendibile sui rapporti di forza tra i due schieramenti, come del resto emerge dai sondaggi. Il consenso al No non può essere considerato un patrimonio esclusivo del cosiddetto campo largo, dagli incerti confini, né la platea dei Sì può considerarsi patrimonio esclusivo del centrodestra, il cui sussulto liberale, ma poco riformista, è venuto da FI mentre il resto delle forze ha avuto molte difficoltà a liberarsi da una storia giustizialista e contigua alle toghe. Il benchmark del governo gialloverde di Conte e Salvini.

Nella battaglia odierna sono tornati in campo coloro che rappresentano la tradizione liberale e riformista: socialisti, liberali e riformisti che fuori dalle sigle dei partiti si sono ritrovati nel nome di Giuliano Vassalli. Il risultato referendario non ci vede sconfitti, tutt’altro, soprattutto perché ci siamo rimessi in cammino su un percorso che risponde alla nostra identità di riformatori. Abbiamo sentito tante voci: ora è il momento di farci interpreti delle risposte. A questo compito siamo chiamati con il comitato Giuliano Vassalli, il cui ruolo non è concluso il 24 marzo e prosegue, come del resto avevamo previsto nel nostro atto costitutivo, che ha raccolto decine di migliaia di adesioni attraverso i comitati presenti su tutto il territorio nazionale. Con questo spirito abbiamo apprezzato e aderito alla proposta del direttore del Riformista, Claudio Velardi.

Alfredo Venturini

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