Il dis-piacere dell'attesa
Referendum, troppi slogan e pochi argomenti: note a margine di una campagna che poteva andare meglio
«L’attesa del piacere è essa stessa il piacere», scrisse Gotthold Ephraim Lessing nel quarto atto di Minna von Barnhelm, commedia del 1767 che la storia ha consegnato al rango di classico dell’illuminismo tedesco. La frase è diventata, nel tempo, qualcosa di più di un aforisma: quasi un paradigma antropologico, la descrizione di un meccanismo dell’animo umano che attribuisce al tempo dell’attesa un valore non inferiore — talvolta persino superiore — all’evento atteso. L’eccitazione del prima, l’accumulo delle aspettative, la tensione che precede il compimento: tutto questo, secondo Lessing, non è anticamera del piacere, ma il piacere medesimo, già denso di senso. Se applichiamo il ragionamento al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura, ecco che l’attesa — ovvero la campagna referendaria — è stata l’esatto contrario: brutale, incendiaria, eccessiva per usare un eufemismo. È stata, con la rara eccezione di questo giornale, un esercizio di sopportazione civile. E’ stato uno spettacolo di comunicazione politica avariata che ha prodotto confusione, alienazione e, molto probabilmente, una disaffezione ulteriore verso le stesse istituzioni che il referendum avrebbe dovuto servire.
Lo spettacolo delle semplificazioni
La prima grande stortura è stata la riduzione sistematica di una questione costituzionale a una contesa di schieramento. Il centrodestra compatto sul Sì, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra sul No con toni da resistenza partigiana, il Partito Democratico infine allineato — dopo qualche esitazione interna rapidamente soppressa, come si conviene in tempo di guerra. Una geografia politica nella quale le motivazioni di merito si sono dissolte con sorprendente velocità a vantaggio della logica tribale del pro o contro il governo. Un tema che durava da decenni, trattato come uno spot da trenta secondi.
Il risultato è stato un dibattito pubblico che ha oscurato il merito. Il governo ha insistito nel pubblicizzare casi di cronaca in cui i giudici prendevano decisioni impopolari, lasciando intendere che votare Sì avrebbe rimesso ordine nella situazione: un ragionamento che aveva il pregio della semplicità e il difetto di essere, tecnicamente, privo di fondamento. La riforma riguardava l’architettura ordinamentale della magistratura, non il contenuto delle sentenze. Ma questo, evidentemente, era un dettaglio trascurabile rispetto alle esigenze del messaggio.
Il fronte del No ha fatto, se vogliamo, di peggio, restituendo con generosa simmetria un insopportabile «Vota No al Referendum Salva-Casta»: una formula che ha il solo vantaggio di non richiedere alcuna conoscenza della materia per essere recepita. Slogan costruiti non per ragionare ma per evocare, non per convincere ma per mobilitare un sentimento già formato, già confezionato, già pronto all’uso.
Il quesito come oggetto contundente
Il cittadino medio, entrando nella cabina elettorale, si troverà di fronte a un testo comprensibile a un cultore di diritto costituzionale e sostanzialmente criptico per chiunque altro. Non una provocazione, si intende: solo il frutto naturale di un processo in cui nessuno ha ritenuto opportuno investire davvero nella leggibilità democratica della consultazione. Non è un dato marginale. La democrazia referendaria vive o muore sulla qualità dell’informazione che la precede. Un quesito illeggibile è già, in sé, un fallimento comunicativo che la campagna avrebbe dovuto compensare. Non lo ha fatto. Ha preferito lo slogan alla spiegazione, la parola d’ordine all’argomentazione, la trincea al ragionamento. Con il risultato che molti cittadini andranno a votare sapendo di essere per o contro qualcosa, senza conoscere con precisione il nocciolo della questione. Abbiamo vissuto una campagna fatta di gaffe che non nascono nel vuoto, ma sono il frutto di un clima e di una retorica consolidatasi fino a perdere il senso del proprio eccesso. Ne è emersa — al netto delle buone ragioni del Sì e del No — l’incapacità di distinguere tra riforma degli ordinamenti e regolamento di conti, tra modernizzazione del sistema giudiziario e delegittimazione di una categoria.
Un peccato contro Lessing
Un vero peccato contro Lessing e contro la partecipazione attiva dell’elettorato: l’evento in sé — le urne aperte, la scheda in mano, la scelta da compiere — ha conservato la propria dignità civile, ma è il momento dell’attesa che ha mancato il proprio appuntamento.
Questo è il vero problema che il voto lascia in eredità, al di là del risultato. Non chi ha vinto o perso — questa è la politica, e la politica ha le sue stagioni — ma la qualità del percorso che ha condotto al voto. Una democrazia si misura non soltanto dal numero di consultazioni che organizza, ma dalla capacità di abitare con intelligenza e onestà lo spazio che le precede. Quell’attesa, questa volta, è stata sprecata. Lessing, si presume, non sarebbe stato contento.
Ma abbiamo tempo – poco – per rimediare: informiamoci per bene, andiamo alle urne con coscienza e senso del merito.
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