Questa volta lo scherzo da prete lo hanno fatto al Cardinale Matteo Zuppi, autorevole presidente della Cei. A firma di una associazione con postura radicale ‘’Cristiani nella contemporaneità’’ gira sul web sotto il titolo ‘’c’è anche chi dice No’’ una bella foto dell’Arcivescovo di Bologna con una scritta che riprende una sua dichiarazione, inclusa in una relazione tenuta qualche giorno prima, che, a suo tempo, sembrò un po’ pencolante per il No nel referendum, tanto da meritare un comunicato di precisazione della Cei nel quale veniva ribadito che il Cardinale aveva soltanto raccomandato la partecipazione al voto senza prendere una posizione netta.

Evidentemente si tratta di un falso perché il presidente della Cei non si sarebbe tanto esposto su di una questione che riguarda l’Italia. Vi sarebbe stata una scorrettezza istituzionale che Zuppi si sarebbe guardato bene dal commettere. Alcune considerazioni però devono essere compiute, in primo luogo dall’interessato, ma anche dall’opinione pubblica. Non crediamo che ad una personalità tanto importante nella comunità ecclesiastica possa far piacere di essere strumentalizzato attraverso un artificio equivoco e disonesto perché gli vengono attribuite propensioni nel voto ricavate dal senso presunto (non dalla lettera) di una sua dichiarazione estrapolata da un discorso più ampio.

Quanto all’opinione pubblica, sarebbe doveroso tener conto della sfacciataggine del fronte del No che non esita a mentire attribuendo a varie personalità affermazioni che nessuno si è mai sognato di fare: a partire (copyright Nicola Gratteri) da Giovanni Falcone per terminare con Sal Da Vinci, sempre in diretta televisiva. Del resto, il Cardinale Zuppi potrebbe spiegare (anche ai Padri comboniani che voteranno No) per quali motivi lo Stato della Città del Vaticano abbia introdotto la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente (Promotore di Giustizia) con un motu proprio di Papa Francesco (da cui Matteo Zuppi era molto ascoltato), nel marzo 2020, rendendo strutturale la distinzione tra le funzioni per garantire maggiore indipendenza e un processo accusatorio. Questa riforma pone i magistrati inquirenti e giudicanti come ruoli distinti, allineando – si disse allora – l’ordinamento vaticano a standard internazionali.