Politica
Giorgia Meloni supera la prova del governo. La sinistra è una somma di sigle che non trova la sintesi
Esiste un binomio fatale in politica, una prova di maturità che riguarda tutti e non fa distinzione tra destra e sinistra: la prova del governo. Però attenzione, qui non intendiamo il governo come “esecutivo” e organo costituzionale, ma come maggioranza politica. Perché la prova del governo è prima di tutto una prova di natura politica che riguarda tutte le forze politiche. Quanti partiti hanno fatto parte di esecutivi senza averne né la postura, né la capacità nel corso di quella che noi definiamo “seconda repubblica”.
Le variopinte maggioranze dei due brevi e sgangherati governi guidati da Romano Prodi ne sono stati un esempio lampante. Maggioranze fondate sulla numerica sommatoria di sigle con un solo elemento d’unità: l’astio, financo l’odio, per Silvio Berlusconi e il centrodestra. Maggioranze che come ebbe a dire alla Camera l’allora leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini andavano “dai trotskisti ai nostalgici della monarchia sabauda”, posizioni inconciliabili e rapidamente diluitesi nel caos politico. Se a ciò si unisce il già pessimo dato storico sulla capacità della sinistra di trovare una sintesi politico-programmatica, allora è chiaro che la differenza con il centrodestra è evidente.
La sinistra contemporanea, che per quanto ci si sforzi a non ribadirlo non è social-democratica in quanto non è figlia di una tradizione socialista – quella è oramai in diaspora dal 1994 ed è tutta un’altra storia – ha in sé il germe tipico di quelle forze che per quanto si impegnino ad assumere posizioni di governo, restano ancorate a quelle di lotta destinate a essere opposizione spettatrice della storia, in un Paese come il nostro, che non è certamente vocato alla narrativa della sinistra. Per questo gli sforzi dei cosiddetti “riformisti” appaiono più che altro vani e lontani dalla realtà. La breve stagione della sinistra moderna, che sognava il “partito della nazione”, si è estinta con la leadership renziana. Tutto il resto è una marcia indietro su posizioni che dovevano essere abbandonate già all’atto di nascita del partito democratico, anche se così non è stato. Questa è forse la principale differenza tra il centrodestra e la sinistra italiana contemporanea. Il centrodestra non è di lotta, ma di governo, è nella sua natura, nonostante il decennio della tribolazione, alla fine la coalizione è tornata a governare. La seconda differenza è nella compattezza.
Nonostante qualche pulsione, la coalizione è granitica, dura da trent’anni e non è fondata sulla somma di liste, ma su una comune visione della società. Non è un dato difficile da evincere, ma visibile persino nell’elettorato della base. Per quanto le sfumature possano sembrare differenti, alla fine che si tratti di elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega o centristi la visione dell’Italia è la medesima. Terzo elemento è la suddivisione del campo. Ogni partito ha la possibilità e il margine di autonomia sufficiente e necessario per conquistare fette di elettorato differenti e difficilmente intercettabili da un partito unico, ma dando a ogni elettore la consapevolezza che quelle proposte arriveranno al governo.
Ed è anche per questo che la corsa vannacciana alla destra della lega è tutt’altro che scontata, perché ciò che determina la differenza è il limes che sussiste tra chi è dentro e chi è fuori dalla coalizione, tra chi ha possibilità di governare e chi no: l’elettorato di destra non è dispersivo. Vannacci sostiene di non essere frondista come Fini (paragone difficile) ma come Meloni fuoriuscita dal PdL. Il Generale ha dimenticato un piccolo dettaglio: Giorgia Meloni è uscita dal PdL per rimettere insieme una comunità che rischiava la sua diaspora e rifare il PdL, ed è quello che ha fatto.
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