L'analisi
La coalizione di governo fa la muta, Orsina: “Fratelli d’Italia partito moderato, molte preferenze sono berlusconiane. La destra sbaglia a temere Vannacci”
Lo storico e politologo: “Tra Forza Italia e Calenda troviamo delle convergenze che sono oggettive. Al leader di Azione potrebbe convenire un’alleanza”
Sembrano saltati gli schemi nella destra italiana. Succede spesso a chi rimane al governo, specialmente per un periodo così prolungato. Lontana dalle sue posizioni più intransigenti, Giorgia Meloni abbraccia un pragmatismo conservatore in nome di prudenza e stabilità: le sue priorità assolute. E Fratelli d’Italia? Ormai si tratta di un partito moderato, che continua a essere premiato dai sondaggi. Il ciclone Vannacci, però, potrebbe rimescolare le carte in tavola, proprio a discapito del partito della premier e della vecchia casa madre diventata troppo opprimente per il generale. Intanto i centristi valutano le prossime mosse, guardando alla coalizione. Storico e politologo, tra i più grandi interpreti del sistema politico italiano ed europeo, Giovanni Orsina ha analizzato la muta dell’alleanza di centrodestra, che potrebbe non essere ancora terminata.
Meno populismo, più pragmatismo. Adesso c’è chi paragona Meloni all’ex cancelliera Merkel. Hanno ragione? FdI è diventato un partito più moderato?
«Nelle parole non necessariamente, ma nei fatti sì. Meloni è stata molto attenta a mantenere vivo il suo patrimonio ideologico conservatore. Tuttavia, governando per tre anni e trovandosi a dover dialogare con l’Europa, le cose cambiano. Oggi non ci sono dubbi: Fratelli d’Italia, che nasce come un piccolo partito d’opposizione con punte estremiste, è diventato un grande partito moderato di governo con qualche accelerazione retorica più radicale».
È stato un cambiamento necessario per ottenere la stabilità di governo?
«Ci sono due ragioni dietro a questa scelta. Al governo tutte le punte propagandistiche devono scendere a patti con la realtà. Inoltre è cambiato il clima storico. Quell’atmosfera di rabbia populista che c’era nel 2018 oggi si è molto mitigata. Anche perché nel frattempo i populisti in Italia hanno governato. Molti di quegli elettori si astengono e chi vota chiede rassicurazione».
A proposito di chi vota, la “muta” di FdI ha cambiato anche la composizione del suo elettorato?
«Secondo me molto poco. Non escludo qualche perdita sulla destra, magari a vantaggio della Lega o dell’astensione, e qualche guadagno al centro. Ma in realtà la grande massa dei voti ottenuti da Meloni sono preferenze berlusconiane. Questa è la caratteristica dell’elettorato di centrodestra: tende sempre a convergere sul leader più forte della coalizione».
Veniamo agli ultimi sviluppi. Il consenso di Vannacci, stando ai primi sondaggi, si aggirerebbe addirittura intorno al 4%. C’è da fidarsi?
«Sinceramente non credo che siano queste le sue percentuali. È più probabile che sia al di sotto del 2%. Può darsi che, di questa cifra, mezzo punto sia di FdI, ma mi sembra ancora tutto molto acerbo, non possiamo sapere se ci sarà una spinta elettorale forte intorno a Vannacci. È altrettanto vero che, se FdI governa da una posizione più moderata, ha senso immaginare che ci sia uno spazio più a destra. Questa sezione potrebbe anche valere il 4- 5%, sulla carta. Ma in concreto, al momento del voto, l’elettore di destra preferirà il piccolo partito con meno chances? O continuerà a votare il grande che ha più possibilità di vincere?».
Quindi fa bene Salvini a sminuirlo?
«Salvini in questo momento non ha alternative. Dice che Vannacci è debole, ma non è detto che lo pensi veramente. Fa vedere ai suoi elettori che il generale non conta. In realtà, però, credo che dentro la destra siano spaventati da Vannacci, e questo mi pare un errore».
La sua presenza rischia di modificare quello che è l’assetto della destra?
«Se Futuro Nazionale decolla e prende quota sì, ma sono molto scettico. Penso che questo partito faticherà ad affermarsi, perciò la destra sbaglia a temerlo: rischia di farsi male da sola, facendosi imporre l’agenda politica. Il futuro, però, non può prevederlo nessuno con certezza».
Forza Italia è la più lontana della coalizione dall’occhio del ciclone Vannacci. Calenda pensa ancora al centrodestra? Sarebbe premiato da questo schieramento?
«Ho l’impressione che stiamo parlando di qualcosa di molto acerbo. Si tratta di un’ipotesi, anche di un modo per moderare Salvini ricattandolo politicamente. Tra Forza Italia e Calenda ci sono delle convergenze oggettive e potrebbe convenire anche allo stesso leader di Azione. Allo stesso tempo, Calenda si dichiara incompatibile con Salvini. Le sue parole suonano come una condizione implicita: “O lui, o io”. E in questo momento le condizioni per scegliere Calenda e scaricare il leader del Carroccio non ci sono. Ma c’è un’altra incognita».
Di che si tratta?
«Tra un anno si vota e ancora non sappiamo con quale sistema elettorale lo faremo. Quindi è ovvio che la storia tra Forza Italia e Azione andrà avanti e una convergenza potrebbe esserci, ma prima che questa maturi dovranno realizzarsi tante altre condizioni».
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