Dopo il voto
Gli italiani che hanno votato ‘No’. Questi custodi della Costituzione restarono zitti sul Titolo V e taglio dei parlamentari
Le severe vestali custodi della sacralità e dell’intangibilità della Costituzione più bella del mondo si indignano e si mobilitano a corrente alternata. Non se ne è sentita la voce quando, nel 2001, la Costituzione è stata sconciata con la riforma del Titolo V, nel tentativo maldestro – e rivelatosi infruttuoso – di strappare qualche voto alla Lega Nord.
Una riforma che ha costretto per anni la Corte costituzionale a un superlavoro per cercare di rimediare almeno in parte ai guasti causati alla coerenza dell’ordinamento. Neppure si ricordano moniti volti a mettere in guardia, nel 2020, dai nefasti effetti della riduzione del numero dei parlamentari, che ha mortificato le Camere rappresentative con l’ovvio risultato di renderle più deboli nel confronto con il governo. E di lasciare così quasi privo di un valido contraltare proprio quell’odiato potere esecutivo la cui invadenza si proclama a ogni piè sospinto di voler contenere. No, nessuna anima bella ha sentito il bisogno di scuotere la pubblica opinione né nel 2001, per evitare che si manomettesse la Carta in nome di meschini e peraltro miopi interessi di parte, né nel 2020, per denunciare il cedimento alle peggiori pulsioni del populismo antidemocratico.
Alte e vibranti si sono levate invece le proteste contro un progetto che si prefiggeva lo scopo di rendere la posizione delle parti nel processo penale un po’ meno squilibrata di quanto non sia ora. Contro ogni evidenza si è tacciato quel progetto di essere contrario ai valori costituzionali, ignorando – o peggio, volendo ignorare – che si trattava della necessaria attuazione del principio del giusto processo, introdotto in Costituzione nel 1999 con la riforma pressoché unanime dell’art. 111. Giusto processo che deve svolgersi, secondo il testuale dettato della Costituzione, in condizioni di parità tra le parti, davanti a un Giudice terzo e imparziale. E non occorre essere raffinati giuristi per comprendere che non può esservi parità delle parti e non ha senso parlare di equidistanza e terzietà se chi giudica è collega di chi accusa.
Abbiamo così assistito al singolare paradosso di una riforma liberale e garantista avversata – e affossata – dalla parte politica che del liberalismo e del garantismo dovrebbe fare la propria bandiera. Una parte politica che ha preferito la conservazione dell’assetto sancito dall’ordinamento giudiziario fascista del 1941 alla coerenza con l’impianto accusatorio del codice di procedura penale che reca la firma di Giuliano Vassalli, giurista insigne, socialista, combattente partigiano. Calcoli di convenienza politica hanno prevalso, purtroppo, sugli interessi del Paese, privato di una conquista di civiltà giuridica che lo avrebbe accomunato alla quasi totalità degli Stati democratici, nei quali Giudici e Pubblici ministeri fanno parte di carriere diverse.
Non è questa la sinistra nella quale ho creduto. Non è questa una sinistra nella quale si può continuare a credere. Questa è una sinistra che rende quelli come me degli apolidi della politica.
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