Democrazie in Progress
Non si media contro sé stessi
Guerra in Ucraina, l’Europa non deve mediare: deve schierarsi
C’è un equivoco che continua a dominare il dibattito europeo sulla guerra in Ucraina ed è un equivoco che, più passa il tempo, più diventa pericoloso: l’idea che l’Europa debba porsi come mediatore neutrale tra le parti in conflitto. Un’idea rassicurante, certo, ma profondamente sbagliata. L’Europa non può e non deve svolgere il ruolo di mediatore in questa guerra. Per una ragione semplice, che troppo spesso si finge di non vedere: l’Europa è parte in causa. L’Ucraina è Europa. Lo è sul piano geografico, politico, storico e valoriale. Ed è proprio per questo che difendere l’Ucraina significa difendere l’Europa stessa.
Non siamo di fronte a un conflitto bilaterale tra due Stati periferici. Non è una guerra “lontana” che possiamo osservare con il distacco dell’arbitro. È uno scontro che riguarda direttamente il futuro dell’ordine europeo. La guerra in Ucraina non è, in realtà, una guerra tra Ucraina e Russia, ma un confronto tra Europa e Russia, tra due modelli opposti di organizzazione politica, istituzionale e civile. In questo quadro, pensare che l’Europa possa sedersi al tavolo come mediatrice è un errore di prospettiva. Non si media contro sé stessi. L’Europa non può fare da arbitro in una partita in cui è una delle squadre in campo.
Per questo è necessario dirlo con chiarezza: l’Europa deve assolutamente sedersi al tavolo della diplomazia, ma stare dalla parte dell’Ucraina sin da ora e fino alla conclusione del conflitto, e dovrà restarci finché l’Ucraina non avrà ottenuto giustizia. Perché non esiste una pace neutra, e soprattutto non esiste una pace sostenibile senza giustizia. Solo una pace giusta è una pace possibile, per il futuro del popolo ucraino e per la sicurezza dell’intero continente europeo. Essere schierati non significa essere cobelligeranti. Questa distinzione va ribadita con fermezza. Ma essere schierati è inevitabile. Fingere il contrario è una forma di ipocrisia politica che indebolisce l’Europa e rafforza chi ha scelto la strada dell’aggressione.
Il pacifismo che oggi viene ostentato in larghi settori del dibattito pubblico europeo non è una posizione moralmente superiore. È, piuttosto, una rimozione della realtà. Quando non è addirittura una rinuncia preventiva. La retorica della pace “a qualunque costo” finisce per legittimare l’idea che la forza paghi e che l’aggressione possa essere premiata in nome della stabilità. Ma la storia europea dovrebbe averci insegnato che la pace non si preserva sacrificando il diritto, la sovranità e la libertà di chi viene aggredito. In questo contesto, il coinvolgimento degli Stati Uniti non è né sorprendente né evitabile. Washington è parte strutturale dell’equilibrio strategico regionale europeo e lo è da decenni. Pensare che questo conflitto possa svolgersi senza un ruolo americano è un’illusione, alimentata più dal desiderio che dalla realtà.
E’ quindi naturale che il ruolo di mediazione possa essere svolto dagli Stati Uniti e no, non per i motivi che dice Conte: l’Europa deve assumersi fino in fondo la responsabilità politica e strategica di difendere il proprio spazio politico e valoriale. Difendere l’Ucraina oggi non è un atto ideologico né una scelta emotiva. È una decisione razionale, fondata sulla consapevolezza che ciò che accade a Kiev oggi può accadere altrove domani. Accettare l’idea che un Paese europeo possa essere aggredito e ridimensionato con la forza significa aprire un precedente che nessuna formula diplomatica potrà poi cancellare.
L’Europa deve quindi accettare il proprio ruolo: non quello del mediatore neutrale, ma quello della controparte politica e strategica. Un’Europa che difende, che rilancia, che dissuade, che si fa baluardo dei valori liberali e democratici su cui si fonda. Non è una scelta bellicista. È una scelta di responsabilità. Perché, oggi come domani, l’Europa non può mediare contro sé stessa, i suoi interessi strategici e la sua sovranità.
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