I risultati del referendum hanno premiato il No, e questo è un fatto incontrovertibile. È altrettanto vero che la campagna elettorale a cui abbiamo assistito è stata, senza ombra di dubbio, una delle più politicizzate della storia recente di questo Paese, in cui il merito della questione referendaria è stato solamente sfiorato da pochi individui o testate giornalistiche. Stanti così le cose, viene da porsi una domanda, provocatoria ma non troppo: può ancora esistere, nel mondo iper-polarizzato di oggi, una maggioranza qualificata?

I grandi quesiti referendari degli anni ’70, pensiamo al divorzio come all’aborto, temi ovviamente diversi rispetto ad una riforma costituzionale, sia chiaro, goderono di un amplissimo supporto nel Paese, indipendentemente dalla parte politica, perché, nonostante le enormi differenze tra i partiti, era possibile arrivare al merito della questione e saper votare di coscienza propria. Ad oggi, nell’Italia del secondo trimestre 2026, riusciamo a pensare ad un singolo tema, qualsiasi esso sia, eccezion fatta per rigurgiti populisti come il taglio dei parlamentari, sul quale ci si potrebbe ragionevolmente attendere un sostegno bipartisan?

Per come è stata costruita la narrazione politica negli ultimi anni, forse decenni, sarebbe insostenibile per una qualsiasi direzione nazionale di un grande partito politico schierarsi insieme a quelli che ogni giorno sono i “pericoli per la democrazia”, i “difensori dei criminali”, e chi più ne ha più ne metta. Questa è la verità: siamo un Paese ormai incapace di produrre riflessioni, idee e quindi programmi politici originali, che scappa dal lavoro faticoso di delineare una visione comune, rifugiandosi nella convinzione che, se il mio avversario ha detto A, allora sarò moralmente nel giusto a dire B. E questa sembra oggi la visione politica complessiva dell’intero centrosinistra dell’opposizione, che, in ogni occasione, ricorda la necessità di costruire “l’alternativa” al governo di centrodestra. Verrebbe da rispondere che forse, piuttosto che alternativi, servirebbe essere migliori dell’avversario politico. Perché essere alternativi significa remare contro a prescindere, significa essere reattivi rispetto alle mosse della controparte, piuttosto che proattivi, dinamici, freschi come un partito (o più partiti) d’opposizione potrebbe essere.

In tre anni e mezzo i sondaggi non si sono mai mossi significativamente, contemporaneamente per l’incapacità assoluta del governo di centrodestra di saper creare una visione che superi il brevissimo periodo, concentrato sul tirare a campare piuttosto che a costruire un piano di riforme serio, e per un centrosinistra che gode del suo radicamento storico e della costante chiamata alle armi contro il nemico antidemocratico, anch’esso incapace di proporre qualcosa di davvero nuovo, con la possibile eccezione del salario minimo. In questo contesto, l’Italia ha, e avrà sempre di più, un disperato bisogno di Politica, con la P maiuscola. Di un soggetto in grado di avere una visione lungimirante, di presentarsi superiore all’inutile sistema bipolare, in grado di volare alto, sempre nel merito delle questioni, allontanandosi dal battibecco momentaneo, dalla chiamata alle armi perenne. Un soggetto che, in definitiva, sappia rimettere al centro il senso più autentico della democrazia: la capacità di scegliere, non per contrapposizione, ma per convinzione.

Michele Luppi

Autore