PQM
Il carcere è una fabbrica di delinquenti. Perché le misure alternative dovrebbero sostituire la reclusione
I dati offrono uno scenario chiaro ed inequivocabile: da un lato chi esegue la pena esclusivamente in carcere torna a delinquere circa nel 70% dei casi, dall’altro chi accede alle misure alternative lo fa solo nel 17% delle volte
Interno giorno. Federal Correctional Institution di Danbury. Connecticut, Stati Uniti. Due piccoli spacciatori di droga sono buttati in una cella di un penitenziario a bassa sicurezza. Sono privati della libertà personale: subiscono gli effetti di una detenzione passiva, perdono tempo, contano i giorni, le ore e i secondi che li separano dal fine pena. In assenza di concrete opportunità di risocializzazione, la loro permanenza nell’istituto si trasforma presto in un corso di perfezionamento per fuorilegge. I due, infatti, tra una chiacchiera e l’altra, consapevoli delle difficoltà che incontreranno una volta fuori, colpiti da uno stigma che non sparisce nemmeno dopo essersi lasciati la cattività alle spalle, iniziano a confrontarsi sulle proprie esperienze da narcotrafficanti. Così, nascono le basi per una missione futura: far volare chili e chili di polvere bianca dalla Colombia agli USA mettendo a frutto il rapporto nato dietro le sbarre. È quanto racconta il protagonista del film “Blow”, basato sulla vera storia di George Jung: “Danbury non era una prigione. Era una scuola del crimine. Entrai con un diploma in marijuana, ne uscii con un dottorato in cocaina”. Una vicenda specifica, certo, ma al tempo stesso portatrice di una verità universale, valida ad ogni latitudine, anche fuori dal grande schermo: il carcere, in quanto tale, se non accompagnato da seri percorsi trattamentali, altro non è se non quella “fabbrica di delinquenti” di cui parlava già Filippo Turati nel 1904.
La vera funzione del carcere
Non è un caso, in effetti, che i padri costituenti, figli dell’ingiusta galera fascista, all’articolo 27, terzo comma della Costituzione, abbiano deciso di declinare “le pene” al plurale, non menzionando la prigione quale unica possibile via punitiva e concependo la reclusione come l’extrema ratio, cioè un dispositivo da attivare solo quando assolutamente inevitabile. In tal senso, nonostante il Paese sia infestato dagli spettri del populismo, dominato dalle paranoie securitarie e inquinato dalle radiazioni panpenaliste, sarebbe giunta l’ora di dare avvio ad una sfida epocale: la trasformazione delle misure alternative in pene principali. Non più la detenzione, dunque, quale approdo naturale da sostituire, solo in vista di date e stringenti condizioni, con la “punizione in libertà”, bensì la previsione di quest’ultima quale risposta repressiva di base del nostro ordinamento. Il tempo, unica risorsa oggettivamente e inesorabilmente uguale per tutti, resterebbe il faro per calibrare, proporzionalmente, la dosimetria del castigo; la pena agita in libertà, però, con i dovuti controlli dell’autorità, ne uscirebbe rivalutata e trasmutata in chiave principale, lasciandosi alle spalle il ruolo della mera alternativa alla detenzione.
L’utilità delle misure alternative: più efficaci rispetto alla reclusione
Si tratterebbe, a ben vedere, di una proposta non solo più giusta, in quanto maggiormente aderente ai princìpi di umanità e del finalismo risocializzante, ma anche più utile ed efficace rispetto agli scopi di prevenzione dei delitti e di sicurezza pubblica. Sebbene, infatti, le misure alternative assurgano agli onori della cronaca soltanto quando non funzionano, a causa della distorsione mediatica permanente che affligge il tema della giustizia penale, i dati offrono uno scenario chiaro ed inequivocabile: da un lato chi esegue la pena esclusivamente in carcere torna a delinquere circa nel 70% dei casi, dall’altro chi accede alle misure alternative lo fa solo nel 17% delle volte. Come se non bastasse, soltanto poco più dell’1% delle misure alternative viene revocato per la commissione di nuovi reati durante lo svolgimento. E ancora: la percentuale di recidiva scende al di sotto del 5% in coloro che, nel corso dell’espiazione della pena, accedono a programmi formativi o lavorativi.
Più carcere non vuol dire maggiore sicurezza
Più carcere, quindi, non equivale a maggiore sicurezza. Anzi, statistiche alla mano, corrisponde al suo esatto contrario. Le misure alternative, speriamo presto principali, rappresentano uno strumento fondamentale sia per inverare un modello davvero garantista di pena, sia per assicurare alla comunità maggiore ordine. Lo scenario politico, non si può negare, indurrebbe a relegare questo programma a un futuro remoto. Tuttavia, anche per ottenere risultati positivi a breve termine, è necessario avere chiara la prospettiva di fondo a cui si vuole tendere. Per uscire dall’era della regressione illiberale, bisogna cominciare a illuminare il volto costituzionale della giustizia penale.
© Riproduzione riservata





