Le scomuniche culturali
Il caso Pucci è lo specchio triste del Paese, il paradosso dei doppi standard (Zalone) e il silenzio dei comici di sinistra
Alla fine ce l’hanno fatta, gli intellettuali in versione “minculpop” hanno vinto e Andrea Pucci ha gettato la spugna, non sarà a Sanremo. Un po’ come accadde nell’Italia democristiana degli anni sessanta, quando Dario Fò e Franca Rame furono costretti ad abbandonare Canzonissima, per i loro sketch che denunciavano le “morti bianche” degli operai sui posti di lavoro.
Dopo l’annuncio di Pucci di una sua possibile presenza al Festival di Sanremo, si è scatenato un cortocircuito perfetto: indignazione social, interrogazioni parlamentari, accuse di omofobia e fascismo, richieste di chiarimenti alla Rai. Siamo arrivati all’interrogazione parlamentare da parte del Pd per chiedere spiegazioni alla Rai sulla scelta di un comico! La colpa di Pucci sarebbe di essere omofobo e fascista. Basta: il fascismo è stato una tragedia vera per il nostro Paese, che ha prodotto guerre, deportazioni e omicidi, non può essere ridotta ad un’accusa banale, destinata a perdere peso e significato.
Le scomuniche culturali
Dal fronte progressista ci aspetteremmo che le aule del Parlamento venissero usate per proposte di politiche industriali, sanitarie e occupazionali, per fermare l’esodo costante dei nostri giovani. Ma forse chiediamo troppo. Certo Pucci divide, la sua è una comicità di pancia, diretta, talvolta sguaiata, che può risultare indigesta e perfino fastidiosa. Ma questa non è una colpa: la comicità non ha il dovere di piacere a tutti. Eppure, se una parte di pubblico storce il naso, un’altra riempie i teatri fino al “sold out”. È un dato di fatto, non un giudizio di valore. Ma oggi sembra non bastare più dire “non mi piace”: occorre delegittimare, chiedere l’esclusione, evocare scomuniche culturali. Ancora prima delle battute, prima del contesto, si è chiesto conto alla direzione Rai. Come se la presenza di un comico – peraltro popolare – fosse di per sé una minaccia. E qui si apre il tema più ampio: l’intolleranza e la censura che tornano sotto altre forme, più sofisticate, più morali, ma non meno pericolose.
Il paradosso dei doppi standard
Se un artista è allineato al nostro sentire, allora la provocazione diventa satira, la scorrettezza diventa intelligenza, l’eccesso diventa linguaggio. Se l’artista è percepito come avversario – o semplicemente non allineato – scattano le barricate. Non importa cosa dica davvero: conta chi lo dice. È il grande paradosso dei doppi standard. Checco Zalone, in un film amatissimo, può dire al figlio “meglio gay che comunista” e tutti ridiamo, giustamente. Nessuno si sognerebbe di accusarlo di omofobia, perché comprendiamo il contesto, la caricatura, il gioco dei ruoli. Ma se una battuta simile arrivasse da un altro versante culturale, il tribunale dei social sarebbe già in seduta plenaria.
Colpisce, in tutto questo, il silenzio di molti comici. Proprio loro che, in passato, hanno combattuto contro censure vere, contro epurazioni esplicite e giudizi grotteschi. Viene spontaneo pensare a Sabina Guzzanti, a Paolo Rossi, a Enzo Iacchetti, a Corrado Guzzanti e al suo geniale “Fascisti su Marte”. Artisti diversi tra loro, ma accomunati da una cosa: hanno reso l’offerta culturale e televisiva più plurale, più viva, più scomoda. E lo hanno fatto spesso pagando prezzi personali e professionali. Il pluralismo è il cuore della questione. Un servizio pubblico maturo non protegge il pubblico dalle cose che possono irritare: gli offre strumenti per scegliere. Cambiare canale, dissentire, criticare. Bloccare preventivamente un comico perché “può non piacere” o perché “potrebbe offendere” è una china scivolosa.
Oggi tocca a Pucci, domani a chi? E secondo quale metro? Qualcuno ricorda ancora la messa al bando di Daniele Luttazzi. All’epoca si parlò di scandalo, di satira irriverente, di limiti superati. A distanza di anni, resta una ferita aperta nel rapporto tra potere, media e libertà espressiva. Davvero vogliamo tornare lì, magari con un sorriso più progressista ma con lo stesso risultato? La domanda finale è forse la più scomoda: che Paese stiamo costruendo? Uno in cui la comicità è libera solo se certificata? In cui l’irritazione diventa reato morale? In cui il dissenso non si discute ma si cancella? Attenzione, perché questa strada – lastricata di buone intenzioni – può portare dritta nel baratro. E la risata, quando smette di essere libera, non è più una risata, è solo un applauso comandato.
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