L’esito del referendum lascia una ferita politica aperta, ma anche una verità impossibile da ignorare: esiste un’Italia che non si è arresa. È l’Italia dei comitati civici, degli avvocati, dei magistrati liberi e indipendenti, dei cittadini che hanno creduto fino in fondo in una battaglia di giustizia e libertà.

Donne e uomini che hanno attraversato l’Italia, organizzato decine di tappe, acceso un confronto vero, spesso nel silenzio – quando non nell’indifferenza – di gran parte della politica. È da questa Italia che il centrodestra deve ripartire. Perché, mentre migliaia di persone mettevano la faccia, investivano risorse proprie, sacrificavano tempo, lavoro e affetti per sostenere le ragioni del cambiamento, una parte significativa della classe dirigente – in particolare molti parlamentari – è rimasta ferma. In attesa. Quasi spettatrice. Come se una vittoria potesse arrivare da sola, senza battaglia, senza presenza, senza coraggio.

Non è andata così. E non poteva andare così. Chi ha vissuto questa campagna lo sa bene: il consenso si costruisce sul territorio, nel confronto diretto, nella credibilità di chi parla perché ha vissuto sulla propria pelle certe ingiustizie o perché ogni giorno le combatte nelle aule di tribunale. Ecco perché oggi quella rete di comitati, professionisti e cittadini rappresenta una risorsa politica autentica, forte, credibile. Non un patrimonio da disperdere, ma una base da cui ripartire con determinazione. Per questo rivolgiamo un appello chiaro ai leader del centrodestra: abbiate il coraggio di cambiare davvero. Aprite le porte a chi ha dimostrato sul campo cosa significa credere in una riforma della giustizia. Valorizzate chi ha avuto il coraggio di esporsi, di metterci la faccia, di non piegarsi al conformismo e al silenzio. Non si tratta solo di riconoscenza. Si tratta di visione politica. Perché la sfida che abbiamo davanti è ancora più grande. Dall’altra parte si sta consolidando un “campo largo” sempre più organico a una cultura giustizialista, spesso in sintonia con quel sistema che proprio il referendum mirava a cambiare. Un blocco politico-mediatico che rischia di condizionare profondamente il futuro del Paese.

Di fronte a questo scenario, il centrodestra non può permettersi ambiguità, né tantomeno immobilismo. Deve tornare ad essere una comunità viva, radicata, capace di interpretare le istanze profonde dei cittadini e di trasformarle in proposta politica concreta. Se davvero si vuole evitare di consegnare il Paese a un’alleanza che guarda più alla conservazione del potere che alla tutela dei diritti, è necessario un cambio di passo immediato. Serve una nuova classe dirigente che nasca dal merito, dall’impegno, dalla credibilità costruita sul campo. E quel coraggio oggi ha già un volto preciso: è quello dei comitati, degli avvocati, dei magistrati liberi e di migliaia di cittadini che, anche nella sconfitta, non hanno smesso di crederci. Da lì bisogna ripartire. Subito.

Gabriele Elia

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