Le ragioni del Sì sono tante, e noi abbiamo dedicato questo intero numero a riassumerle e a ricordarle a chi si appresta a votare. Una riforma attesa da oltre trent’anni, che completa il percorso iniziato da Giuliano Vassalli con la riforma del processo penale nel 1988, e consolidato con la riforma dell’art. 111 della Costituzione, con i princìpi del giusto processo ora scolpiti nella nostra Carta fondamentale. Una riforma che ci libera dalla triste compagnia di Turchia e Romania, allineando l’Italia a tutte le democrazie contemporanee. Ed ancora, una riforma che libera la magistratura dal giogo asfissiante del controllo politico del sindacato dei magistrati, obiettivo inutilmente inseguito da ben otto cambi di sistema elettorale del CSM.

Ma la vittoria del Sì assumerebbe ora un significato ancora più importante della approvazione di questa riforma, vale a dire la sconfitta del No. Non è un gioco di parole, ma la semplice realtà, ove si ponga mente a cosa sarebbe questo Paese se vincesse il No. Perché questa battaglia l’ha condotta in prima fila non la politica, ma un ceto burocratico potentissimo, al quale una parte della politica si è accodata senza riserve. Quello che è accaduto sotto i nostri occhi è la magistratura che si è fatta partito politico, togliendo ogni maschera e scegliendo di dichiarare esplicitamente la propria parzialità. E soprattutto, lo ha fatto scegliendo una strada impensabile per chi dovrebbe ispirare la propria condotta alla più imperscrutabile terzietà ed imparzialità: la diffusione e legittimazione di informazioni mistificatorie sul contenuto della riforma.

Una strategia perseguita con incrollabile determinazione, che ha legittimato agli occhi dei cittadini una post-verità, vale a dire che questa riforma determini una “dipendenza del giudice” dalla politica, come recitava l’ormai famoso manifesto del Comitato promosso dall’ANM. Quella che sarebbe una grossolana faziosità propagandistica nello scontro politico, diventa ovviamente, agli occhi dei cittadini che giustamente danno fiducia al ruolo ed al prestigio sociale della magistratura, una verità non confutabile. Di qui un voto su un tema che non solo la riforma non contempla, ma che anzi impedisce, visto che mantiene inalterati tutti i princìpi costituzionali che hanno garantito dal 1948 ad oggi l’autonomia e la indipendenza della magistratura.

Ora, se questa operazione spregiudicata dovesse essere coronata dal successo, noi avremmo la magistratura italiana, cioè un corpo burocratico totalmente irresponsabile e sottratto ad ogni regola di controllo democratico, legittimata a rivendicare un consenso politico maggioritario nel Paese. D’altro canto, solo qualche giorno fa il Presidente dell’ANM dott. Parodi ha già proclamato che, dopo il voto – che egli considera evidentemente vittorioso – “saremo noi a fare l’agenda” delle riforme della giustizia. Né francamente si vede chi altri potrebbe assumere, nel fronte politico del No, un simile ruolo, né a maggior ragione chi vorrebbe o comunque avrebbe numeri e forza per contrastarlo.

Questo è il quadro che si delineerebbe con la eventuale bocciatura popolare della riforma, ed è un quadro davvero inquietante. Mi chiedo in quale altro Paese democratico potrebbe mai accadere non dico qualcosa di simile, ma anche solo di vagamente analogo: magistrati che si costituiscono in partito, finanziano una campagna elettorale e stringono fortissime e solidali alleanze con una precisa parte politica candidata, oggi dall’opposizione, a guidare il Paese. Ecco perché occorre recarsi alle urne certamente perché vinca il Sì, ma ancora di più, e soprattutto, perché venga sconfitto il No. Buon voto!

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