“Il bene della moltitudine è più divino del bene del singolo”
Il compito della politica contro la propaganda: riconciliare ciò che è bene con ciò che è utile
Le nostre società ipertecniche si concentrano sul benessere materiale, ignorando la coesione morale. Solamente una nuova cultura liberaldemocratica può spazzare via i concetti di manipolazione e potere
Nel mondo antico, l’utile non era ancora una parola sospetta. Per i sofisti era misura dell’agire, per Socrate e Platone un terreno di confronto sulla giustizia, per Aristotele una via d’accesso al bene. Poi, nel corso dei secoli, l’utile è stato degradato a sinonimo di interesse, e il bene a retorica moralistica. È in questa separazione che si annida una delle radici più profonde della crisi europea: da un lato i “valori” invocati come dogmi identitari, dall’altro i “diritti” ridotti a contabilità di pretese.
Riconciliare ciò che è bene con ciò che è utile non è una formula etica astratta, ma un compito politico urgente. Già Platone, nel primo libro della Repubblica, mette in scena la sfida del sofista Trasimaco: “La giustizia è l’utile del più forte”. Una provocazione che Socrate ribalta con pazienza dialettica: se l’arte di governare è come quella del medico, il suo fine non è il vantaggio di chi cura, ma la salute del malato. La politica – scopre così il pensiero greco – non è dominio ma epimeleia, cura dell’altro. Il passaggio è cruciale: l’utile diventa relazione, e la giustizia “utile comune”. Da allora, ogni volta che l’Occidente ha smarrito questo equilibrio, è ricaduto nella logica del potere come fine a sé stesso.
Nel pensiero cristiano, l’utile assume un significato ancora più radicale: “Per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il Credo. Il per noi precede il per la nostra salvezza: l’utilità dell’altro è inscritta nel mistero stesso dell’essere divino. Dio non è il Motore immobile di Aristotele, ma l’Essere che si dona. L’utile diventa la forma stessa dell’amore, la kenosi, lo svuotamento di sé per l’altro. In questa prospettiva, la dignità umana non nasce dall’autosufficienza, ma dalla relazione. L’inter-esse, l’“essere con”: l’utile è ciò che ci lega, non ciò che ci separa. San Tommaso d’Aquino lo aveva compreso con chiarezza: “Il bene della moltitudine è più divino del bene del singolo”. Il bene comune, dunque, non è la somma dei beni individuali, ma l’orizzonte che li rende possibili.
Con la modernità, la storia prende anche altre direzioni. Machiavelli scorge nella politica una logica autonoma dalla morale e, muovendosi in un mondo preliberale, descrive con lucidità la meccanica del potere. Bodin fonda la sovranità assoluta come rimedio al caos delle guerre di religione; Hobbes, nel Leviathan, costruisce lo Stato come argine alla paura, un “dio mortale” che garantisce la sopravvivenza più che la felicità. È l’utile minimo, l’utile della sicurezza. Ma già in questo si prepara il rischio moderno: ridurre il bene comune alla conservazione dell’ordine, l’utile alla pura funzionalità.
Il pensiero di Kant reagisce a questa deriva fondando la politica sulla dignità, non sulla forza. La persona è “fine in sé”, non strumento. Eppure, nel distinguere, giustamente, la dignità da ogni «valore» di scambio, Kant sospetta proprio dell’utile, che resta legato alla contingenza. Così l’etica dell’intenzione pura, pur nobilissima, finisce per perdere contatto con la realtà. E la modernità, nel separare la coscienza morale dall’azione concreta, apre lo spazio a una politica priva di anima o a una morale senza mondo.
Oggi l’Europa vive ancora dentro questa scissione. Da un lato, l’idealismo, direi la retorica, dei “valori” – spesso, peraltro, più evocati che praticati; dall’altro, il pragmatismo dell’utile – spesso più calcolato che condiviso. I primi disprezzano il secondo come cinismo; il secondo accusa i primi di ipocrisia. Ma se la politica non torna a coniugare l’etica con la realtà, finirà o nel moralismo sterile o nel tecnicismo senz’anima. La cultura moderna, nel suo slancio prometeico, smarrisce non di rado l’idea di finalità. Il sapere scientifico privilegia il “come” rispetto al “cosa”, l’efficienza rispetto al senso, e in questo sarebbe una grande forza, se concretamente il «come» fosse orientato sempre al Fine, ossia l’Uomo. Esiste il rischio di una civiltà che conosce i mezzi, ma dimentica i fini, diventando prigioniera dei propri strumenti.
L’utile ridotto a funzionamento è la malattia delle nostre società ipertecniche: produce nuove possibilità o miraggi di benessere materiale, ma non coesione morale. Eppure proprio l’utile, se compreso come mediazione, può tornare a essere la misura del bene. Come osservava Aristotele, “il fine della città è la vita buona, non la semplice vita”: l’utile che serve alla felicità comune, non alla mera sopravvivenza. Recuperare l’utile come categoria etica significa rimettere la finalità al centro: l’efficienza del mezzo coniugata alla qualità del Fine. Ut, in latino, significa «per», «affinché»: l’utile è ciò che serve a qualcosa, e quel “qualcosa” deve essere il bene comune; solo così esso smette di essere un calcolo e torna a essere una forma di responsabilità.
Il punto non è scegliere fra bene e utile, ma riconoscere che l’uno senza l’altro diventa impotente. Il bene, senza l’utile, resta parola, mera propaganda e manipolazione; l’utile, senza il bene, diventa solo e soltanto potere. È questo che oggi deve far risorgere una nuova cultura liberaldemocratica: una visione del bene come azione possibile, non come dottrina separata. Claudio Martelli, al di là di tanti errori e peccati del vecchio Partito socialista, propose un’espressione illuminante: meriti e bisogni. Il merito senza solidarietà genera disuguaglianza; la solidarietà senza merito diventa assistenzialismo. Martelli ricordava che libertà e giustizia non sono opposte, ma si sorreggono a vicenda. Oggi quella intuizione meriterebbe di essere ripresa: le democrazie europee, logorate dall’astensionismo e dall’indifferenza, hanno bisogno di un nuovo umanesimo politico capace di trasformare l’etica in azione, il bene in utilità condivisa. Non si tratta di rinunciare ai princìpi, ma di incarnarli.
Riscoprire l’utile significa riscoprire la finalità, ma anche la reciprocità: il bene comune non è la somma dei beni individuali, bensì il contesto che li rende possibili. L’utile, in questo senso, è il bene in movimento, il bene che si fa concreto, politico, quotidiano. Ci sarà sempre qualcuno pronto a renderci «liberi nello spirito», come recitava l’Enciclopedia Mondadori negli anni Venti del ’900 alla voce “Benito Mussolini”. Riconciliare sempre ciò che è bene con ciò che è utile vuol dire restituire alla politica la sua ragione più alta: quella di essere arte della convivenza, scienza della speranza, forma concreta della libertà.
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