E' finito il tempo dell’autosufficienza
Il governo paga pegno ma la sconfitta potrebbe servire alla maturazione: Meloni metta da parte il doppiopesismo e colga l’occasione per cambiare rotta
Perso il referendum, la resa dei conti interna alla maggioranza ha portato alle dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanché
In democrazia le regole si rispettano e valgono tanto per i vincitori quanto per i vinti. A maggior ragione, i primi dovrebbero evitare di umiliare i secondi. Talvolta, invece, arroganza e superbia inducono a evocare un moderno “vae victis”. Ma non siamo nell’antica Roma: oggi la vittoria referendaria si celebra tra bollicine, dolci e canti resistenziali. Uno spettacolo fuori luogo, soprattutto quando a metterlo in scena sono funzionari dello Stato, per giunta in luoghi che dovrebbero restare istituzionalmente “sacri”.
La politica segue altre regole — Cicero pro domo sua — e le applica con ferrea lucidità, soprattutto nelle sconfitte. È quanto sta facendo la presidente del Consiglio. Dopo l’insuccesso referendario, la prima mossa è la ricerca del capro espiatorio; la seconda è lo showdown interno. Eppure, questa era una vittoria che il governo riteneva già acquisita. A farla sfumare è stata una sequenza di errori: un ministro della Giustizia impolitico e naïf, un capo di gabinetto che ha travalicato il proprio ruolo tecnico per assumere un profilo politico, e un sottosegretario inesperto — si dice in buona fede — ma inadeguato.
C’è di più. La débâcle ha coinvolto anche gli alleati: Forza Italia, al di là della lettera di Marina Berlusconi, e una Lega che non ha mosso un dito, rifugiandosi furbescamente nei successi territoriali di Lombardia, Friuli e Veneto — retaggio della Lega bossiana di Alberto da Giussano, ben distante dalla linea di Matteo Salvini. In questo quadro si è insinuato anche un elemento carsico: un putinismo trasversale che, lambendo persino Fratelli d’Italia, ha finito per indebolire la stessa Meloni. Non stupisce, dunque, che di fronte a una maggioranza disorientata e costellata di errori, il fronte del No abbia colto l’occasione per assestare un colpo secco — un vero uppercut — che ha mandato al tappeto il fronte del Sì. A rendere ancora più fragile il quadro contribuisce la sequenza di dimissioni e tensioni interne. Dopo quelle di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro, arrivano anche quelle della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, rinviata a giudizio per falso in bilancio.
La premier le chiede “la stessa sensibilità istituzionale” mostrata da altri, ma la risposta è un braccio di ferro che espone l’esecutivo a una logorante guerra di posizione, mentre l’opposizione cavalca la vicenda con una mozione di sfiducia. Finora Meloni ha praticato un evidente doppiopesismo: difesa ad oltranza degli amici provenienti dalla sua storia politica — da Atreju ad Azione Giovani — e maggiore severità verso altri. Un atteggiamento che contrasta con il passato, quando, dai banchi dell’opposizione, non esitava a chiedere dimissioni immediate al primo avviso di garanzia.
Oggi quella stagione giustizialista sembra archiviata, sostituita da una gestione più tattica e meno lineare. Il caso Santanchè è emblematico: trascinato per mesi, affrontato con la politica dello struzzo e poi diventato un detonatore politico nel momento peggiore, cioè all’indomani di una sconfitta referendaria. La presidente del Consiglio avrebbe potuto intervenire prima, evitando di offrire all’opposizione — spesso povera di argomenti — un assist perfetto sul terreno giustizialista. Il voto referendario non rappresenta un avviso di sfratto per Giorgia Meloni da Palazzo Chigi, ma è molto più di una semplice battuta d’arresto: è un segnale politico netto. Il governo esce indebolito, la maggioranza mostra crepe strutturali e una linea politica non sempre coerente. La leadership della premier, finora fondata su decisionismo e controllo, appare oggi costretta a misurarsi con una realtà più complessa: quella di una coalizione meno disciplinata e di un consenso meno granitico.
Se Meloni saprà leggere il risultato come un’occasione per correggere rotta — uomini, metodo e linguaggio — potrà trasformare la sconfitta in un passaggio di maturazione politica. Se invece prevarrà la tentazione di chiudersi a riccio e scaricare le responsabilità, il rischio è quello di entrare in una fase di logoramento progressivo. Non è ancora tempo di resa dei conti definitiva, ma è certamente finito il tempo dell’autosufficienza. E, in politica, questo è spesso il primo vero campanello d’allarme.
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