Cari colleghi giuristi e analisti geopolitici, temo che dovremo rimetterci a studiare fisica. E anche un po’ di matematica. L’interdisciplinarità questa volta, però, non c’entra. Il fatto è che la quantistica è uscita dai laboratori ed è entrata nelle relazioni internazionali, nella sicurezza, nell’economia e nei rapporti di potere tra gli Stati. Il 22 giugno 2026 Donald Trump ha firmato due ordini esecutivi sull’età quantistica.

L’Executive Order 14412 dispone la transizione dei sistemi federali vulnerabili verso sistemi crittografici resistenti alle future capacità quantistiche. L’Executive Order 14413 dichiara invece che gli Stati Uniti sono «alla soglia di una rivoluzione quantistica» e punta a mantenere un vantaggio tecnico strategico nel settore. Il 24 agosto il Dipartimento del Tesoro ha poi istituito una Quantum-Readiness Task Force per preparare il sistema finanziario americano. C’è qui una suggestiva coincidenza temporale. Il 3 settembre 1926 Physical Review riceveva il lavoro di Erwin Schrödinger sulla meccanica ondulatoria. Cento anni dopo, quella rivoluzione nella comprensione della materia sta diventando anche una questione di potere.

A Washington, del resto, la questione non nasce oggi. Nel 2018 il National Quantum Initiative Act avviò un programma federale di ricerca e sviluppo nelle scienze dell’informazione quantistica. Nel 2022 l’amministrazione Biden, con il National Security Memorandum 10, collegò la leadership americana al mantenimento di un vantaggio competitivo nel quantum e alla transizione verso sistemi crittografici resistenti agli attacchi quantistici. Tornato alla Casa Bianca, Trump ha accelerato questa traiettoria, inserendo il quantum in una strategia che comprende industria, sicurezza nazionale, supply chain, intelligence, alleanze e competizione con gli avversari. L’obiettivo esplicito è consolidare gli Stati Uniti come «world’s QIST superpower». Il perché è presto detto.

Le tecnologie quantistiche possono trasformare calcolo, simulazione, sensoristica e comunicazioni, con effetti su molti altri settori. Il quantum potrebbe quindi ampliare il gap tra tecnologia e politica fino a portarlo oltre la soglia di reversibilità, incidendo anche sul rapporto tra politica e tempo. Alcuni sistemi crittografici oggi considerati sicuri, in particolare quelli a chiave pubblica, potrebbero non esserlo più quando saranno disponibili capacità di calcolo quantistico sufficientemente avanzate. Dati raccolti, intercettati o sottratti oggi possono essere conservati nella prospettiva di decifrarli domani. È la strategia nota come harvest now, decrypt later: raccogliere oggi ciò che non si è ancora in grado di leggere, confidando nella possibilità di farlo in futuro. Una capacità tecnica non ancora disponibile modifica così fin d’ora il valore strategico dell’informazione. Il futuro entra nel presente: prepararsi in ritardo può significare scoprire che il danno è cominciato anni prima.

Le conseguenze investono già mercati, sicurezza e relazioni internazionali. Un assaggio, quasi infinitesimale rispetto alla scala di ciò che potrebbe accadere, è offerto da una dinamica già nota: quella ibrida, nella quale gli effetti di un’azione possono precedere la loro piena riconoscibilità politica e strategica. Nel cyberspazio, nelle operazioni ibride e nella manipolazione informativa, trasformazioni rilevanti diventano talvolta visibili solo dopo avere già modificato comportamenti, vulnerabilità e rapporti di forza. Si provi allora a immaginare un mondo nel quale questa asimmetria si radicalizzi enormemente, rendendo sempre più difficile distinguere l’inizio di una trasformazione dal momento in cui i suoi effetti diventano irreversibili.

E qui emerge un ritardo serio, soprattutto nel nostro Paese. Continuiamo a trattare la quantistica come una questione riservata a fisici, ingegneri e tecnologi. Ma quando una tecnologia incide sulla crittografia, sull’intelligence, sui mercati e sui rapporti di forza tra Stati, smette di essere soltanto una questione tecnica. Comprenderla richiede anche a giuristi, analisti e decisori pubblici di entrare almeno in parte nel linguaggio scientifico che ne descrive il funzionamento. Non per diventare fisici, ma per comprenderne le conseguenze politiche. A cent’anni dall’articolo di Schrödinger, il ritardo più pericoloso rischia dunque di essere quello culturale: non preparare nuove generazioni di analisti, giuristi e decisori capaci di leggere queste trasformazioni prima che si siano già compiute.

Ciro Sbailò

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