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Donald blocca l’imposta globale sulle Big Tech
Trump e la guerra alla fiscalità globale ‘grazie’ alla Silicon Valley: così la web tax di Meloni può diventare variabile
Donald blocca l’imposta globale sulle Big Tech Nel mirino punitivo anche la web tax italiana Confermata nella manovra di Meloni, l’imposta può diventare una variabile nella partita dei dazi

Quella che ha iniziato Donald Trump è una vera e propria guerra alla fiscalità globale. Con l’ordine esecutivo di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo Ocse sulla “Global Minimum Tax”, il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti dà seguito alle sue promesse elettorali. Nel programma del tycoon, infatti, c’è una sensibile riduzione della fiscalità a favore delle Corporation. Oltre ad essere uno di loro, giova sempre ricordarlo, il Presidente insediato agisce cosi in ossequio alla politica economica di reaganiana memoria del “trickle-down” che teorizza la possibilità di chi ha disponibilità di capitali nel creare ricchezza per tutti, proprio facendo “gocciolare” il valore aggiunto dall’alto verso il basso.
L’accordo e il grazie alla Silicon Valley
Obiettivo della Minimum Tax è evitare che le multinazionali, di qualsiasi Paese, si muovano come predatori: prendere ricchezza ovunque vendendo i propri prodotti e servizi e pagare le tasse solo in quei luoghi dove esse sono più basse (Irlanda e Olanda in Europa o le isole Cayman in altre parti del mondo). L’accordo raggiunto tra 140 Paesi dell’Ocse era applicare una tariffa minima del 15 per cento. Ebbene, con il provvedimento unilaterale firmato il giorno 21 gennaio, gli Usa si ritirano da tale accordo e minacciano di imporre dazi nei confronti di quei paesi che applicheranno imposizioni punitive per le multinazionali a stelle e strisce.
Secondo la gran parte dei commentatori economici, questo provvedimento è il ringraziamento di Trump nei confronti dei big della Silicon Valley che si sono schierati apertamente accanto a lui e che si sono potuti vedere sfilare al giuramento dello scorso 20 gennaio: da Meta ad Amazon, da Apple a Alphabet, la società proprietaria di Google.
Web tax
Nell’ambito della tassazione punitiva, gli Stati Uniti potrebbero far rientrare anche la web tax modificata e poi approvata senza cambiamenti da parte del governo Meloni nell’ambito della manovra finanziaria per il 2025. La web tax italiana è una imposta aggiuntiva del 3 per cento sui ricavi derivanti dalla fornitura dei servizi digitali. Come spiega l’Agenzia delle Entrate sono “soggetti al pagamento della digital tax gli esercenti attività d’impresa che realizzano in Italia ricavi derivanti dai servizi digitali e che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui sorge il presupposto impositivo, realizzano ovunque nel mondo, singolarmente o a livello di gruppo, un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni di euro”.
Quindi una imposta pensata direttamente per i colossi americani. Al momento dal ministero dell’Economia prevale la linea di attesa. L’ordine esecutivo firmato da Trump non mette in atto iniziative concrete. Esse saranno applicate successivamente attraverso il Dipartimento di Stato. Come spesso accade con Trump, si fa la voce grossa per spingere gli interlocutori a sedersi al tavolo delle trattative. Ricordiamo, però, che questa imposizione è da tempo indigesta ad ogni governo Americano. Già ai tempi della prima presidenza Trump, l’amministrazione Usa aveva più volte provato a persuadere l’Italia dall’applicare una simile imposizione.
Ma la questione non riguarda il singolo provvedimento. Essa si inserisce nel generale discorso della bilancia commerciale e dei nuovi dazi annunciati dalla Casa Bianca. Ricordiamo che gli Usa importano maggiormente da Europa e Cina e vogliono che sui rapporti con l’export ci sia un riequilibrio. Per raggiungerlo, il nuovo presidente è pronto a firmare dazi dopo aver dato via libera all’ordine esecutivo che riguarda nuove tariffe per Cina, Canada e Messico. L’Europa, al momento, non è compresa. C’è da scommettere, però, che a breve toccherà anche al vecchio Continente. E Trump potrebbe adottare due condotte. La prima: tassare indifferentemente tutti i prodotti che arrivano dall’Europa. La seconda, più strategica, imporre dazi solo a determinati paesi in modo da spaccare il fronte europeo. In questo caso, Bruxelles non avrebbe armi per contrastare Washington. Sarà interessante, a quel punto, capire cosa farà Roma. E il discorso riguarderà anche la web tax.
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