"Siamo stati indicati dall’Ue come i primi ad aver costruito una governance nazionale sull’IA"
Butti e l’Italia che progredisce nel segno dell’IA: “Il nostro modello digitale riconosciuto dall’Ue”
Dal Digital Decade Report all’intelligenza artificiale, passando per PNRR, quantum, telecomunicazioni e ulteriori investimenti. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio fa il punto sulla trasformazione digitale del Paese e sulle sfide che ci attendono
Sull’intelligenza artificiale molto si sta facendo, ma molto resta ancora da fare. Il punto lo fa Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Dalla Commissione europea è arrivato il plauso del Digital Decade Report ma è necessario continuare a delineare le priorità della politica industriale e tecnologica italiana. Dalle competenze digitali all’intelligenza artificiale, fino alle prospettive del quantum computing e agli investimenti nelle reti di telecomunicazione, l’obiettivo del Governo è consolidare i risultati raggiunti e a rafforzare il posizionamento dell’Italia nei settori chiave dell’innovazione.
Sottosegretario, l’ultimo Digital Decade Report della Commissione europea restituisce un bilancio all’Italia sull’innovazione. Cosa è emerso?
«La Commissione europea riconosce all’Italia il superamento della media UE in molti ambiti, come 5G, fibra ottica, digitalizzazione delle PMI, servizi pubblici digitali e sanità digitale. Siamo anche stati indicati come il primo Paese ad aver costruito una governance nazionale dell’intelligenza artificiale pienamente coerente con l’AI Act. Questo dimostra che gli investimenti del PNRR e le scelte strategiche compiute stanno producendo risultati concreti. Naturalmente non consideriamo questo un punto di arrivo. Dobbiamo accelerare ulteriormente sulle competenze digitali avanzate, sugli specialisti ICT e sull’adozione dell’AI da parte delle imprese».
Uno dei principali punti deboli evidenziati da Bruxelles resta la carenza di competenze digitali e di professionisti ICT. È oggi un collo di bottiglia della trasformazione digitale italiana?
«È probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni. Scontiamo un ritardo storico ma i dati mostrano che le competenze digitali di base hanno fatto finalmente il balzo in avanti per cui abbiamo lavorato, passando dal 45% al 54% della popolazione anche grazie al successo dei Punti Digitale Facile. Tuttavia gli specialisti ICT rappresentano ancora il 3,8% degli occupati. La trasformazione digitale non dipende solo dalle infrastrutture ma dalle persone in grado di progettare, gestire e utilizzare le nuove tecnologie. Per questo il tema delle competenze è ormai una priorità strategica nazionale».
Le aziende denunciano difficoltà crescenti nel reperire figure specializzate in cybersecurity, cloud, data science e intelligenza artificiale. Quali strumenti servono per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze?
«Servono interventi su più livelli. Innanzitutto rafforzare la formazione tecnica e scientifica già nelle scuole e nelle università. Stiamo lavorando anche alla definizione di nuovi profili professionali collegati all’IA e alle tecnologie emergenti. Parallelamente è fondamentale rafforzare il collegamento tra sistema produttivo, università e centri di ricerca, affinché i percorsi formativi rispondano alle esigenze reali delle imprese. La competitività del Paese dipenderà sempre più dalla disponibilità di queste competenze».
Quale bilancio può fare sugli investimenti del PNRR per digitalizzazione e innovazione? Quali risultati considera già consolidati?
«Il bilancio è molto positivo. Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi, alcuni dei quali in anticipo, e coinvolto quasi 17.000 pubbliche amministrazioni in circa 71.000 progetti di digitalizzazione. Oggi oltre 9.000 enti sono collegati alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati, l’IT-Wallet ha superato gli 11 milioni di attivazioni, App IO conta oltre 50 milioni di download e il Fascicolo Sanitario Elettronico sta raggiungendo livelli di utilizzo senza precedenti. Sono risultati ormai strutturali che stanno cambiando in modo profondo il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. A questo vanno aggiunti il risparmio economico e i vantaggi in termini di sostenibilità ambientale».
Molti progetti finanziati dal Piano entreranno ora nella fase più delicata, quella della gestione e della sostenibilità nel tempo. Come evitare che gli investimenti si esauriscano con la fine delle risorse europee?
«La vera sfida comincia adesso. Dopo la fase di costruzione occorre garantire continuità operativa, aggiornamento tecnologico e utilizzo effettivo dei servizi. Per questo stiamo lavorando su governance stabili, interoperabilità, formazione del personale e diffusione dell’utilizzo da parte di cittadini e imprese. Un’infrastruttura digitale produce valore solo se viene utilizzata. La fase post-PNRR sarà quindi meno centrata sui cantieri e più sulla qualità dei servizi, sulla manutenzione evolutiva e sull’innovazione continua».
Il Governo ha appena nominato il nuovo Comitato per l’Intelligenza Artificiale guidato da Gianluigi Greco. Quale sarà il contributo concreto di questo organismo e quali priorità vi aspettate nei prossimi mesi?
«Il Comitato avrà il compito di supportare l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale prevista dalla legge italiana sull’AI. Come con i lavori per la precedente versione della strategia, ci aspettiamo proposte concrete su ricerca, trasferimento tecnologico, formazione, applicazioni nella pubblica amministrazione e sostegno alle imprese. Vogliamo che l’Italia non sia soltanto utilizzatrice di tecnologie sviluppate altrove, ma anche produttrice di conoscenza, competenze e innovazione».
L’Europa sta costruendo il proprio quadro regolatorio sull’intelligenza artificiale mentre sembra che Stati Uniti e Cina corrano sugli investimenti. Come può l’Italia ritagliarsi uno spazio competitivo in questo scenario?
«La contrapposizione tra regole e innovazione è spesso fuorviante. L’Italia ha sostenuto un modello che unisce sviluppo tecnologico e tutela dei diritti. Siamo stati tra i protagonisti dell’AI Act e siamo il primo Paese europeo ad aver approvato una legge nazionale pienamente allineata al regolamento europeo. La competitività si costruisce investendo in ricerca, infrastrutture computazionali, startup e competenze, ma anche offrendo un quadro normativo certo. Le imprese investono dove trovano regole chiare, istituzioni affidabili e una strategia di lungo periodo».
Il quantum computing e le tecnologie quantistiche sono considerate da molti la prossima rivoluzione tecnologica. Quanto è strategico questo settore per l’Italia?
«È un settore di importanza strategica crescente. La Commissione europea ha riconosciuto le forti capacità italiane nella ricerca e nell’industria quantistica. Anche gli investitori privati osservano con estremo interesse l’Italia e non è un caso che due dei player più grandi in ambito quantistico abbiano formato la Q-Alliance per creare sul territorio italiano uno dei centri quantistici più importanti del mondo. Inoltre, il Governo ha adottato una Strategia nazionale dedicata e sostiene investimenti che rafforzano il posizionamento italiano in un ambito destinato ad avere un impatto rilevante sulla competitività e sulla sicurezza dei prossimi decenni».
Sul fronte delle telecomunicazioni il Governo punta a una proroga delle frequenze legata a nuovi obblighi di investimento. Ci conferma questo orientamento? E quali benefici vi aspettate?
«Senza dubbio vogliamo creare le condizioni per favorire nuovi investimenti nelle infrastrutture digitali. Le reti di telecomunicazione richiedono orizzonti temporali lunghi e una forte capacità di pianificazione industriale. In questo contesto stiamo lavorando affinché eventuali misure sulle frequenze siano coerenti con gli obiettivi europei e italiani di copertura, qualità delle reti e, soprattutto, di innovazione tecnologica. Con un approccio del genere ci aspettiamo benefici in termini di accelerazione degli investimenti, diffusione del 5G avanzato e maggiore competitività del settore».
Le grandi piattaforme digitali stanno assumendo un peso crescente nell’economia e nell’innovazione. Quale dovrebbe essere oggi il rapporto tra istituzioni, operatori nazionali e Big Tech?
«Le grandi piattaforme rappresentano interlocutori importanti, ma il rapporto deve essere equilibrato. Le istituzioni hanno il compito di garantire concorrenza, tutela dei diritti e sovranità digitale. Allo stesso tempo dobbiamo creare le condizioni affinché imprese europee e italiane possano crescere e competere. Per questo lavoriamo su infrastrutture strategiche, cloud, interoperabilità, cybersicurezza e iniziative europee come gli EDIC. L’obiettivo è costruire un ecosistema nel quale l’Europa e l’Italia siano protagoniste e non semplici consumatrici di tecnologie sviluppate altrove».
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