Durante lo shutdown americano, un fatto ha stupito diversi osservatori e analisti: l’uso politico fatto dai social media e dai siti ufficiali dell’amministrazione americana. Sul sito ufficiale della Casa Bianca, ad esempio, si vede subito un banner con scritto: “Democrats have shutdown the government” con a fianco un cronometro che tiene conto del tempo passato dall’inizio dello shutdown. Anche il Dipartimento di Stato si accoda con qualcosa di simile. Sul sito del Dipartimento dell’Agricoltura si va oltre, con una grande finestra rossa che inizia con “Due to the Radical Left shutdown…”.

È qualcosa di nuovo nel panorama politico americano, oltre che essere integralmente in violazione di legge. Parliamo dello Hatch Act, legge federale del 1939 che, originariamente, vietava ai dipendenti del governo federale di associarsi ad attività di stampo politico, ma che nel corso del tempo si è evoluto, aggiungendo alcune disposizioni che vietano che sui siti e sulle pagine social di enti pubblici venga fatta propaganda politica. Questo significa, in breve, che alle pagine dell’amministrazione è consentito riportare affermazioni dei titolari dei dicasteri, segnalare dati e informazioni utili al pubblico, ma non incolpare il partito di opposizione per lo shutdown. In teoria, quindi, i responsabili dei vari siti e dei vari social media potrebbero essere sanzionati secondo la legge. Nella pratica, però, la supervisione dell’osservanza dello Hatch Act è affidata ad un ufficio ad hoc, che si occupa proprio di ricevere segnalazioni di possibili violazioni dell’Act e formulare dei report che vengono inviati al Presidente con una proposta di sanzione, che può essere solamente disciplinare o includere anche una leggera multa in denaro.

Il Presidente, però, ha un completo margine di discrezione riguardo all’applicazione della sanzione proposta, il che comporta una sostanziale immunità per i subordinati dell’amministrazione che decidano di infrangere la legge in nome di Donald Trump. Questo è un punto fondamentale, soprattutto se si tiene in considerazione la volontà del Presidente di licenziare il più ampio numero possibile di dipendenti federali durante lo shutdown: l’attuale struttura dello Hatch Act potrebbe degenerare in una struttura pubblica in cui la propaganda politica sia incentivata attivamente dall’alto, estendendo de facto quei “test di lealtà” che già sono realtà, ad esempio, nell’FBI guidato da Kash Patel.

L’uso degenerato di questa legge porterà quindi anche ad un cambio del suo obiettivo principale: se originariamente l’Act venne studiato per proteggere i dipendenti federali dall’essere coinvolti in attività politiche contro la loro volontà, ad oggi potrebbe essere usato per valutare quanto si possano spingere oltre alcune figure, garantendo la totale assenza di conseguenze legali, dato che il Presidente potrebbe sempre intervenire e rifiutare ogni sanzione. Se ci spingiamo oltre e pensiamo anche al principio dell’immunità presidenziale, stabilito dalla Corte Suprema nel 2024, la degenerazione della rule of law in America sembra ormai completa. Questo perché le modalità con cui è stata definita l’immunità presidenziale potrebbero stravolgere completamente le precedenti sentenze della Corte Suprema riguardo i procedimenti contro il Presidente, oltre che avere delle conseguenze pratiche estremamente rilevanti, soprattutto per un soggetto molto attivo dal punto di vista del business come Trump.

Se pensiamo ad esempio alla famosa sentenza United States vs Nixon, con cui la Corte Suprema ordinava a Richard Nixon di consegnare i nastri che sarebbero stati ulteriori prove che avrebbero portato al suo impeachment, ci rendiamo conto che esistono dei forti precedenti legali che vincolano il Presidente di fronte alla legge. Nel caso Clinton vs Jones, si concluse che il Presidente degli Stati Uniti non fosse immune da processi civili, e che questi non dovessero essere rimandati al termine dei mandati presidenziali. Negare o ribaltare questo ruling potrebbe implicare che le aziende di Trump, o Trump stesso, potrebbero violare dei contratti senza conseguenze, o quantomeno con conseguenze rimandate almeno fino al 2028.

La sentenza del luglio ’24, invece, in contrasto netto ed evidente con questi principi, stabilisce una piena e assoluta immunità da procedimenti penali per tutti gli atti cosiddetti ufficiali relativi alla presidenza. Oltre alla distinzione estremamente fumosa tra atti ufficiali e non ufficiali, la totale assenza di distinzione tra atti politici e non politici, il principio stabilito, tra l’altro, non vieta al Presidente di poter intentare delle cause contro qualcuno, creando il paradosso di una giustizia di cui si può ferire, ma non perire. Per capire bene la fattispecie in questione, se si riuscisse a dimostrare che il Qatar abbia ottenuto dei vantaggi particolari grazie alla donazione del jet che verrà utilizzato in sostituzione dell’Air Force One, e poi dalla libreria presidenziale di Trump dopo il termine del suo mandato, il Presidente risulterebbe immune da ogni tipo di azione giudiziaria, dato che tutti gli atti rientrerebbero nella dicitura di atto ufficiale in capo al Presidente.

Estendendo il ragionamento, la Giudice Sotomayor, nella sua opinione di dissenso rispetto alla sentenza della Corte Suprema del 2024, è provocatoria ma non troppo quando sostiene che, per come è stata scritta la sentenza: un Presidente potrebbe ordinare ad una squadra di Navy Seals di assassinare un avversario politico, organizzare una sollevazione militare per mantenere il potere e rimanere del tutto immune da ogni tipo di processo. Le storture generate da questa sentenza, insomma, sono evidenti e potenzialmente pericolosissime. Nei fatti, l’unico rimedio possibile rimasto è di tipo essenzialmente politico tramite l’impeachment, che però ha rilevanza solamente politica, e non giudiziaria.
Rimane, nei fatti, l’unico check previsto dalla Costituzione americana dopo il 2024. Ed è per questo che i repubblicani stanno facendo tutto il possibile per ridisegnare le mappe elettorali per la House in loro favore.

Ad oggi, Donald Trump ha chiesto (o ha fatto chiedere) a Texas, Missouri, Indiana, North Carolina e Nebraska di “sistemare” le mappe dei collegi per favorire il GOP. Inoltre, sembra che la Corte Suprema stia per esprimersi verso una parziale abrogazione del Voting Rights Act del 1965, una mossa che potrebbe annullare la rappresentanza al Congresso per le comunità afroamericane del Profondo Sud, ribaltando, guarda caso, 19 seggi vinti dai democratici nel 2024 in Stati come Mississippi, Alabama, Georgia e Louisiana. Trump e i repubblicani sanno che perdere la House implica esporsi a commissioni d’inchiesta potenzialmente esplosive, in grado di investigare a fondo nelle attività della Casa Bianca e in particolare del Presidente, oltre che proporre e votare l’impeachment, prima che passi al Senato.

In definitiva, l’immunità presidenziale, soprattutto se combinata con altre leggi come lo Hatch Act, ci porta a domandarci quale possa essere il futuro degli equilibri costituzionali americani, come i futuri presidenti statunitensi si approcceranno all’immunità, se il principio durerà nel tempo o se sarà destinato ad essere soppresso in futuro, una volta che la Corte Suprema non sarà più a maggioranza conservatrice. Ad oggi, purtroppo, possiamo solamente registrare come Donald Trump stia facendo il possibile (e verrebbe da chiedersi cosa non sia possibile per il Presidente) per sfruttarlo a suo vantaggio.

Michele Luppi

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