Anche se finora il conflitto in Iran non ha avuto risvolti militari sul territorio africano, il Continente ne sta già subendo pesanti conseguenze sotto il profilo economico. Alcune dinamiche sono analoghe a quelle sofferte al livello globale: diminuzione dei traffici commerciali; inflazione importata, fra cui il repentino aumento dei prezzi di gas e petrolio; riduzione delle prospettive di crescita; difficoltà di far quadrare i bilanci domestici, già in sofferenza a causa dell’ingente debito continentale, stimato in oltre 1.3 trilioni di dollari.

Altre ripercussioni sono tuttavia specifiche per l’Africa, come il calo nel flusso degli aiuti umanitari e di emergenza verso le aree di crisi, che nel Continente non sono poche: basti pensare alla guerra civile in Sudan; alle disastrate condizioni in cui versa il nord dell’Etiopia; a tutta l’area del Sahel dove imperversa il terrorismo jihadista; alla Somalia; alla parte settentrionale del Mozambico, e a quella nord-orientale della Repubblica Democratica del Congo, per menzionare solo le situazioni che più necessitano del sostegno internazionale. Vediamo nel dettaglio i danni economici attuali e potenziali più rilevanti che il Continente africano si trova ad affrontare, pur senza avere alcuna responsabilità né coinvolgimento diretto negli accadimenti medio-orientali.

Il prezzo del barile di petrolio oltre i 100 dollari può beneficiare gli Stati produttori, come Algeria, Nigeria, Angola, Libia, Egitto, Gabon e Repubblica del Congo, ma va tenuto conto che il Continente è un grande importatore di carburanti raffinati, essendo pochissimi i Paesi africani che dispongono di impianti di raffineria moderni, e con capacità adeguate. La raffineria Dangote in Nigeria è la più avanzata tecnologicamente, con la sua capacità di circa 650.000 barili al giorno; anche Algeria, Egitto, e Sud Africa sono dotati di impianti di raffinazione efficienti; ma per il resto degli Stati le raffinerie sono obsolete, sottodimensionate, o collocate in territori a forte instabilità politica (è il caso della Libia). Mentre i Paesi industrializzati cercano di ovviare almeno in parte al blocco di Hormuz liberando milioni di barili al giorno dalle loro riserve strategiche, il Continente africano non è dotato di rilevanti disponibilità accantonate di petrolio e gas. La carenza di carburante alle pompe di benzina già si avverte in Mali, in Etiopia, in Senegal ed in altri Stati che patiscono maggiormente il blocco di fatto delle petroliere dal Medio Oriente, mentre la spinta inflattiva riguarda tutti i 54 Paesi africani.

L’Africa, inoltre, è un grande destinatario e consumatore di urea ed altri concimi chimici (circa 16 milioni di tonnellate annue), da cui dipendono milioni di agricoltori continentali. Sudan, Mozambico, Tanzania, Somalia, Kenya, Etiopia basano le loro economie agricole sui fertilizzanti provenienti dai Paesi del Golfo e dall’Asia, attraverso lo Stretto di Hormuz. Se il suo sblocco non avvenisse in tempi rapidi, il concime potrebbe essere trasportato dalle navi cargo attraverso la rotta del Capo di Buona Speranza, ma impiegherebbe circa due settimane in più, e risulterebbe più costoso del 30% a causa dei giorni aggiuntivi di navigazione. Ad ogni modo le semine agricole non avverrebbero nei tempi previsti, con conseguenze nefaste sul fabbisogno alimentare continentale. In realtà, il Continente africano dipende massicciamente dalle importazioni dall’estero di tutti i principali prodotti finiti (materiali da costruzione, macchinari, elettrodomestici, tessili, veicoli, medicine, etc.), per cui ogni restringimento dei flussi mercantili rischia di provocare drammatiche ricadute nei settori trainanti delle economie locali.

Di fronte alla prospettiva di un rialzo dell’inflazione, le principali banche centrali ed Istituzioni Finanziarie Internazionali stanno già ipotizzando un imminente rialzo dei tassi di interesse, come avvenne durante la pandemia COVID 19; tale circostanza, che appare molto probabile, avrà un incidenza dirompente soprattutto sul ripagamento delle scadenze periodiche del debito (circa 160 miliardi di dollari annui), il quale già assorbe in media quasi il 20% dei bilanci statali dei Paesi del Continente. Un aumento dei tassi di interesse si rifletterà negativamente anche sulla propensione degli Stati africani verso il mercato dei capitali: l’emissione di obbligazioni (eurobond), a cui diversi Governi continentali (Kenya, Nigeria, Zambia, Ghana, Egitto, Sud Africa) hanno fatto ampio ricorso negli ultimi anni per finanziare opere pubbliche, infrastrutture o la propria transizione energetica, sarà penalizzata dal dover garantire agli investitori tassi di interesse elevati in cambio dei loro prestiti. Dal 2007 ad oggi l’emissione di obbligazioni con garanzia sovrana ha fruttato in Africa circa 200 miliardi di dollari, cioè circa un sesto del debito continentale complessivo.

In questa breve rassegna, non va trascurato l’effetto del caro-carburanti e dei bombardamenti in corso in Medio Oriente anche sull’operatività delle principali compagnie aeree africane. Ethiopian Airlines, Kenya Airways, Royal Air Maroc, Egypt Air, che utilizzano gli aeroporti di Dubai, Doha e Riyad per le loro connessioni con l’Oriente, hanno dovuto cancellare o ridimensionare le loro attività verso i grandi scali della penisola araba, con ingenti perdite economiche valutabili solo al termine del conflitto. Ad esempio, Ethiopian Airlines ha comunicato di perdere circa 130 milioni di dollari a settimana per gli effetti della guerra, dovuti a cancellazioni o modifiche delle rotte dei suoi aerei, e al calo nella domanda di biglietti.

Come anticipato, le conseguenze dell’attacco all’Iran e delle ritorsioni di Teheran non differiscono in Africa da quelle avvertite a livello globale, ma incidono su economie generalmente più fragili, meno diversificate, e che stavano tentando un rimbalzo dopo le gravi ripercussioni della pandemia COVID 19 negli anni 2020- 2022, e della guerra in Ucraina (2022-2024). Specialmente gli Stati della costa orientale del Continente si augurano che a ciò non debbano aggiungersi danni militari diretti sul loro territorio.

Giuseppe Mistretta

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