Bruno Contrada è morto il 13 marzo 2026, a novantaquattro anni, a Palermo. Muore da incensurato — condanna revocata — dopo che tre volte la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per ciò che gli è stato fatto. Tre articoli violati nei confronti di un uomo solo. Qualcuno ha chiesto scusa? Domanda retorica.

Febbraio 2014: trattamento inumano perché malato grave cui si nega la detenzione domiciliare. Aprile 2015: condannato per un reato — il concorso esterno — non ancora sufficientemente definito. Nullum crimen sine lege: il principio che Beccaria spiegò all’Europa nel 1764.

Maggio 2024 — vittoria ottenuta da noi — intercettato in un procedimento in cui non era né indagato né imputato. Tre sentenze, tre silenzi. L’ANM — quel sindacato corporativo che si erge a coscienza della nazione — non ha mai pronunciato una parola di ravvedimento.

Riconoscerlo significherebbe mettere in discussione non una sentenza, ma un sistema: quello nel quale il PM è compagno di corridoio del giudice, le carriere si mescolano, e la presunzione di innocenza resta un’aspirazione. Gli italiani votano sulla riforma della giustizia. Qualcuno dice che la separazione delle carriere è questione tecnica.

Il caso Contrada spiega perché non lo è: un giudice che ha condiviso anni di carriera col PM che chiede la condanna non è — non può essere — il giudice terzo che la Costituzione pretende. Contrada non ha ceduto. Ha combattuto fino alla fine per l’unica cosa che gli importava: il proprio onore. È morto da incensurato. Prima che un altro cittadino debba aspettare novantaquattro anni per ottenere ragione, votiamo Sì.

www.stefanogiordanoepartners.it