Quando, nel gennaio 2018, l’allora Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri presentò alla stampa i numeri eclatanti della inchiesta denominata Stige (169 arresti, sequestri per oltre 50 milioni di euro), non esitò a celebrarla come una svolta storica nella lotta contro la ‘ndrangheta, spingendosi ad affermare che si trattava di una inchiesta giudiziaria a tal punto esemplare, che avrebbe dovuto esser fatta studiare nelle scuole di formazione dei magistrati. Sette anni dopo, alla luce degli esiti definitivamente sanciti dalla Corte di Cassazione – 100 assoluzioni definitive, restituzione di patrimoni e di aziende nel frattempo spolpate e distrutte dalle amministrazioni giudiziarie – dobbiamo dargli ragione: una inchiesta esemplare, da far studiare ai giovani magistrati perché imparino come NON si deve condurre una indagine giudiziaria. Perché è tutto molto semplice: se per arrestare e far condannare 69 criminali devi distruggere la vita di 100 innocenti, sei brutalmente fuori dalle regole del processo e dalle coordinate costituzionali basiche per un Paese civile. Punto.

Gratteri e la débâcle giudiziaria

Si tratta di una débâcle giudiziaria dello Stato talmente eclatante da non poter trovare giustificazione alcuna. Cento innocenti (su 169 indagati arrestati) gettati nell’inferno del carcere, privati – insieme alle proprie famiglie – del proprio patrimonio, delle proprie aziende, della propria reputazione sociale e della propria dignità, marchiati a fuoco di indegnità per oltre sette anni, e irrimediabilmente rovinati dal punto di vista economico, sociale, personale e familiare, rappresentano una ferita difficile da rimarginare. C’è da chiedersi – o mi sbaglio? – come sia possibile che nessuno chieda conto di un simile disastro, e che nessuno ne risponda, economicamente e professionalmente. Cento innocenti ingiustamente arrestati significano, per sovrappiù, cento procedimenti per ingiusta detenzione destinati ad essere accolti, aggiungendosi ai numeri già da record della Calabria, e di Catanzaro in particolare. Né erano servite le già molte assoluzioni in primo grado e soprattutto in Corte di Appello, e tanto meno gli annullamenti della Corte di Cassazione in fase cautelare, visto che la Procura di Catanzaro ha implacabilmente impugnato ogni decisione avversa, trascinando il calvario di quegli innocenti il più a lungo possibile, anche contro le evidenze più accecanti, anche di fronte al nulla probatorio più disarmante.

Cento persone per bene

E badate, non è solo un problema di numeri, ma anche e soprattutto di qualità di quelle assoluzioni, che riguardano in larghissima parte persone incensurate, professionisti, esponenti delle istituzioni democratiche, imprenditori, cioè quel mondo che nella narrazione accusatoria avrebbe dovuto rappresentare il salto di qualità rispetto ad una normale indagine contro noti esponenti della criminalità organizzata. Sono i famosi “colletti bianchi”, il mondo di mezzo, la “borghesia mafiosa”, che nella ideologizzazione della lotta alla mafia sono in realtà i protagonisti criminali di maggiore spicco, senza dei quali sembra proprio che una indagine antimafia sia come svilita, priva di appeal sociale e mediatico. E invece sono cento persone per bene, le cui storie andrebbero raccontate una per una, per avere la misura esatta di quale devastante violenza può assumere una inchiesta giudiziaria che fa della pesca a strascico la propria regola, il proprio metodo.

Noi abbiamo voluto raccontarvi qualcuna di queste storie, perché possiate rendervi conto nel modo più chiaro possibile del dolore spesso intollerabile che viene seminato dal disprezzo del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza. Qui si parla di carne e sangue, di lacrime, di un meteorite che si abbatte sulla tua vita quotidiana, sui tuoi affetti, sul tuo lavoro. Stige è proprio il nome che una roba del genere, uno scandalo del genere, merita: il mitologico fiume che conduce all’inferno. Buona lettura.

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