Nella sua enorme produzione, Georges Simenon ha infilato molto spesso un tratto esistenzialista, sebbene egli fosse molto lontano da quella teoria filosofica. I suoi personaggi si muovono come in un’assenza, fuori da tempo e dallo spazio: sono loro e non sono loro. Simenon dunque crea situazioni sospese, enigmatiche, nelle quali i protagonisti parlano, e parlano custodendo un segreto. In questo “La vecchia” del 1959 (Adelphi, traduzione di Simona Mambrini) questi elementi emergono con la consueta eleganza simenoniana.

La storia è semplice. Siamo a Parigi, naturalmente. Una donna molto anziana non vuole lasciare l’appartamento in un palazzo fatiscente da demolire. Il commissario allora si rivolge alla nipote, Stéphanie, giovane di successo, la quale di questa nonna si era persino dimenticata! Inaspettatamente, la vecchia si lascia convincere e va a vivere dalla ragazza: «Insomma, le due donne stavano stabilendo un contatto, da cui sarebbero dipese tante cose, e quindi ogni parola, ogni gesto, contavano, ogni intonazione, e loro, che ne erano consapevoli, vivevano quei minuti con circospezione, come al rallentatore». Nella casa già alloggiavano un’amica di Stéphanie senza presente e senza futuro, e la governante Louise. Queste quattro donne iniziano a tessere un rapporto strano, fatto di chiacchiere e di silenzi, come gioca il gatto con il topo. La governante «nell’appartamento più che mai sospeso nel vuoto sulla prua dell’Ile Saint Louis, pur essendo anche lei una donna, osservava Stéphanie e sua nonna senza riuscire a capire a che gioco giocavano: un gioco complicato pieno di sottigliezze, di sfumature, di cui erano le sole a conoscere le regole».

In questa atmosfera claustrofobica, da gioco al massacro, la vecchia appare serbare qualcosa di strano. Ma cosa? Stéphanie piano piano sente emergere dentro di sé un grumo di inquietudine che non sa spiegare: tantomeno l’abbondante uso di whisky l’aiuta. «Lei scrollava le spalle. Tutto quanto, i passanti che camminavano spediti sui marciapiedi, i passeggeri immobili nella luce smorta degli autobus, il mendicante con la barba coperta di neve, le vetrine, gli angoli bui, tutto quel brulicare apparteneva a un mondo da cui la separava un muro invisibile. Ma era un mondo reale?».

Chi è, questa vecchia? Cosa vuole? Cosa nasconde? Pagina dopo pagina, Simenon spande nel romanzo il massimo dell’ansia. Il male circola invisibile. Fino alla rivelazione finale. Se ne ricava un assunto che ha un suo spessore filosofico, e cioè che ognuno è estraneo all’altro, persino le coppie sposate: ed è inutile parlare tra manichini, in un mondo incomprensibile. «Lei non ha mai scritto niente di simile», disse all’autore Paul Morand, grande scrittore già amico di Proust. Non un complimento qualunque. “La vecchia” si inserisce a pieno titolo tra i romanzi psicologici più forti di Georges Simenon.