Giustizia
L’astensione non è un atto di prudenza sul referendum: è una resa. Vietato restare a casa, chi si astiene aiuta il No
La maggioranza silenziosa deve recarsi alle urne e votare Sì
C’è un equivoco che accompagna molti referendum italiani: l’idea che non votare sia una forma di neutralità. In realtà non lo è. E nel referendum confermativo sulla riforma della magistratura è meno vero che mai, perché non esiste quorum.
Chi resta a casa non sospende il giudizio: lascia decidere chi è più organizzato e più motivato. È un meccanismo semplice, ma spesso ignorato. In ogni società democratica esiste una differenza strutturale tra chi fa rumore e chi no. Le minoranze ideologizzate occupano lo spazio pubblico, manifestano, parlano ai media, presidiano il dibattito. La maggioranza, invece, vive, lavora, paga le tasse e interviene solo quando il costo dell’inerzia diventa insopportabile. È quella che Richard Nixon, già nel 1969, definì “maggioranza silenziosa”.
Nel dibattito sulla giustizia questo schema è ancora più evidente. Chi difende l’attuale assetto del sistema giudiziario è una minoranza numericamente ridotta, ma fortemente motivata, compatta, organizzata. Per costoro la riforma non è una questione astratta: è una minaccia diretta a equilibri consolidati, a carriere, a poteri, a consuetudini. Per questo andranno a votare, senza esitazioni. Chi invece è favorevole al cambiamento, o semplicemente ritiene che l’attuale sistema non funzioni come dovrebbe, appartiene in larga parte a quella maggioranza silenziosa che non scende in piazza, non fa militanza, non vive la giustizia come un’identità. È una maggioranza numerica, ma inerme se resta passiva.
Qui sta il punto decisivo: questa volta non si può vincere stando a casa. Nel referendum confermativo, l’astensione non blocca nulla. Non serve raggiungere una soglia minima di votanti. Conta solo chi deposita una scheda nell’urna. Se votano in pochi, quei pochi decidono per tutti. È esattamente lo stesso meccanismo che vediamo nelle piazze “oceaniche”: non rappresentano il Paese, rappresentano chi è disposto a mobilitarsi. Trasferito al referendum, questo significa una cosa molto chiara: meno persone vanno a votare, più pesa il No.
Per questo, la campagna contro la riforma non si gioca tanto sul merito delle singole norme, quanto sullo spostamento del confronto dal piano fattuale a quello ideologico. Il racconto proposto non è quello di una riforma imperfetta e discutibile, ma quello di un passaggio pericoloso e liberticida, capace di minare l’indipendenza della magistratura e i fondamenti dello Stato di diritto. È una strategia efficace perché mobilita, radicalizza e trasforma un intervento tecnico in uno scontro identitario, in cui la complessità delle regole lascia il posto alla paura delle conseguenze. Il Sì, dunque, ha una sola strada possibile: portare alle urne chi normalmente non ci va. Non per entusiasmo ideologico, ma per consapevolezza civica. Perché la riforma della magistratura non riguarda una parte politica, ma il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda l’equilibrio tra accusa e giudice, le garanzie, la responsabilità, il funzionamento dello Stato di diritto.
Non è necessario essere esperti di diritto per capirlo. Bastano delle domande semplici: ci sono norme liberticide in questa riforma? La risposta è no. Ci sono regole che assoggetteranno il Pm all’esecutivo? La risposta è ancora no. La composizione dei Csm verrà decisa dalla politica? La risposta è sempre no. Chi subisce i difetti del sistema, se resta a casa, li subirà ancora. Questo referendum non chiede entusiasmo, chiede uno sforzo minimo ma decisivo: andare a votare. Perché stavolta l’astensione non è prudenza: è resa. E il cambiamento, se non lo eserciti, lo subisci.
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