Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Michele Nardi, magistrato che ha vissuto il carcere, a Sbarre di Zucchero.

Sono un magistrato, figlio di magistrato nipote di magistrato. Ho dedicato tutta la mia vita a questo lavoro. Ho corso pericoli insieme alla mia famiglia. Sono stato minacciato e sottoposto a scorta. Mi sono sempre occupato di giustizia penale in diversi ruoli, come giudice per indagini preliminari dell’udienza preliminare, come giudice monocratico, giudice a latere della Corte d’assise ed anche il pubblico ministero. Sono entrato centinaia di volte in un carcere per interrogare, ascoltare, decidere. Sempre seduto dalla stessa parte del tavolo, nelle aule linde e profumate di detergente delle sale interrogatori.

Poi, il 14 gennaio 2019 mentre mi recavo con la mia autovettura verso Scandicci per partecipare ad un corso di aggiornamento professionale organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, all’uscita autostradale venivo bloccato da almeno 4 autovetture dei carabinieri che, armi in pugno, mi intimavano di fermarmi e mi arrestavano su ordine del GIP di Lecce. Ogni giorno ero rintracciabile nel mio ufficio, seduto alla mia sedia dietro la mia scrivania, ma preferirono arrestarmi per strada armi in pugno. Ma è scritto “ogni giorno ero con voi nel tempio, non mi avete mai messo le mani addosso; ma questa è l’ora vostra e la potestà delle tenebre” (Luca 22,53). Una teatralità assolutamente inutile ma che serviva a creare nel mass media l’immagine di una grande operazione di polizia.

Mi portarono in caserma dove, con il mio cellulare, avvisarono la mia famiglia e il mio avvocato del mio arresto. Immaginai in quel momento la disperazione dei miei figli. Ed è stato questo l’aspetto più doloroso di tutta questa vicenda, la consapevolezza del loro dolore, della vergogna che avrebbero provato. Non mi preoccupavo per me, non ho mai provato dolore per me, ma solo per loro. Mi presero le impronte digitali e notificarono la corposa ordinanza cautelare che cominciai a leggere con incredulità per le affermazioni semplicemente assurde, se non addirittura ridicole, contenute nella stessa. L’esigenza cautelare posta a fondamento era che potevo uccidere i testimoni! Io, magistrato da 30 anni.

Pensai che da lì a qualche giorno, dopo l’interrogatorio dinanzi al GIP e chiariti gli equivoci, sarei stato liberato. Mi sbagliavo. Quanto mi sbagliavo. Non immaginavo che sulla base di un simile cumulo di idiozie stesse per iniziare per me un periodo di 30 mesi di custodia cautelare, di cui 18 passati in carcere. Un trattamento cautelare insensato rispetto alle ipotesi di reato. Nella notte mi condussero con un’autovettura fino al carcere di Lecce. Arrivai che erano le quattro della mattina ed era ancora buio. Vedere spalancarsi il portone del carcere dinanzi a sé è l’esperienza più agghiacciante che si possa provare. Hai la precisa impressione, in quel momento, di essere ingoiato dall’oscurità dell’Orco. E quell’impressione di essere morto ti viene confermata nel primo approccio con la polizia penitenziaria quando, portato in una camera del tutto spoglia di qualsiasi cosa tranne che di un bagno alla turca, ti fanno spogliare completamente di ogni indumento, privato di ogni suppellettile, dell’orologio e anche della catenina col crocifisso.

Tutto viene perquisito con meticolosa attenzione. Ti consegnano un sacco per l’immondizia dove dovrai riporre i pochi indumenti che ti è consentito tenere in carcere. Quel sacco per l’immondizia che ti viene consegnato è l’icona di quello che sei diventato improvvisamente per la società: un rifiuto. Non sei più nessuno, sei solo uno scarto umano. Hai la percezione nitida di non avere alcuna speranza, che ti è stata chiusa una porta in faccia per sempre. Viene impressa sulla tua carne un marchio dal quale non ti libererai mai più. Poi venni condotto in una cella al piano terra, in un braccio dedicato ai semi-liberi per tenermi isolato dal resto della popolazione carceraria. Già perché proprio in quel carcere vi erano decine di detenuti condannati anche all’ergastolo in processo di cui ero stato giudice a latere. Ero solo in quella cella al piano terra e il freddo era insopportabile. Con quelle poche cose che mi era stato concesso di portare in cella cercai di coprirmi il più possibile, ma non serviva a nulla.

Il freddo mi era entrato dentro, nel cervello, nell’anima. Desiderai di morire, lo desiderai con tutto me stesso. Dopo qualche giorno, fui portato dinanzi al Giudice per indagini preliminari, per essere interrogato, come prescritto dal codice di procedura. Per la prima volta nella mia vita ero dall’altra parte del tavolo. Mi vennero contestati i fatti e le fonti di prova. Alla presenza dei miei due avvocati e del pubblico ministero che aveva condotto le indagini, spiegai ogni cosa, dipanai ogni dubbio, chiarì ogni equivoco. Ma non servì a nulla. Le mie parole, le mie giustificazioni, vennero considerate un tentativo di depistaggio e la mia mancata confessione la prova della mia pericolosità sociale anzi, della mia colpevolezza! Un indagato che non confessa è di per sé colpevole, anzi di più, pericoloso! Questa è la mentalità diffusa nella magistratura italiana, esattamente come la pensavano i torturatori ai tempi dell’Inquisizione. Non confessi? Allora continuiamo a torturarti e vedrai che confesserai e quando l’avrai fatto ci avrai dato ragione, saremmo stati legittimati e giustificati per la tortura a cui ti abbiamo sottoposto. Lo vedi? Abbiamo fatto bene ad arrestarti e a tenerti in carcere perché eri colpevole, anzi eri pericoloso perché non volevi ammettere di essere colpevole; ma hai visto che alla fine il carcere ti ha fatto bene, ti sei pentito, ed ora possiamo condannarti senza prove perché basta la tua confessione. Così funziona la giustizia italiana.

Poi altre carceri, trasferimenti effettuati in gabbia di ferro in cui a stento riuscivo ad entrare. Compagni di sventura di cui ricorso gli sguardi, i tremori. Il puzzo delle celle, la disperazione di chi ha cercato di uccidersi, la mancanza di tutto ed in primo luogo della dignità umana. Il carcere è una istituzione inutile, dannosa, criminogena, primitiva, inumana. Dopo 30 mesi di custodia, la mia salute mentale e fisica è stata minata gravemente. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, mi ritrovo in quella cella ed ogni mattina mi sveglio alle prime luci dell’alba con l’angoscia che vengano di nuovo a prendermi. Ormai il carcere lo porto con me ogni istante della mia vita.

a cura di Rossella Grasso

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