Oggi si rinnova automaticamente il memorandum di intesa tra Italia e Libia. Nonostante diverse iniziative che hanno coinvolto parlamentari della maggioranza, nonostante la risposta del governo all’ultimo question time su questo argomento, l’automatico rinnovo non può che essere una sconfitta per chi ritiene, come il sottoscritto, che quella intesa vada radicalmente modificata. Non è una sconfitta irrimediabile.

Nel corso di questi mesi si è aperto un dibattito che ha positivamente rimesso al centro le condizioni di vita dei migranti detenuti nei campi, piuttosto che i rapporti con un governo debole e condizionato da milizie non controllabili, come quello di Serraji. Questa discussione, alimentata anche da inchieste giornalistiche che hanno svelato la vera natura di chi aveva il controllo della guardia costiera libica, e che oggi torna ad averlo, come quel Bijia, indicato da ogni organismo internazionale come un vero e proprio tagliagole, ha consentito di rimettere in discussione quello che sembrava il caposaldo dell’intera politica estera italiana verso il Nord Africa. Si tratta di comprendere quanto siano modificate le condizioni di un Paese che dall’aprile scorso è in una guerra conclamata. Si tratta di interpretare alla luce delle notizie che, sempre più numerose, siamo in grado di ottenere, quale sia il reale interesse del nostro Paese e quali siano gli obblighi etici e politici che abbiamo nei confronti di chi in questo momento sta rischiando la vita, o perché torturato in un campo o perché sta tentando di attraversare il Canale di Sicilia con mezzi di fortuna. Il ministro Di Maio ha dichiarato una disponibilità alla modifica dell’accordo, ma il tempo delle frasi generiche e degli impegni scritto sull’acqua è finito.

Non ci basta più una semplice dichiarazione di principio. Abbiamo estrema necessità di affrontare con urgenza il tema principale: quello dello svuotamento dei campi di detenzione. Per fare ciò tutta la maggioranza attuale dovrà superare ogni imbarazzo nei confronti di una possibile reazione della retorica salviniana. La discontinuità con il governo giallo verde non può che essere basata su una serie di scelte, a cominciare anche dalla cancellazione delle norme più intollerabili dei decreti sicurezza, che possano determinare un avanzamento della qualità civile del nostro paese. Italia Viva è stata fin dall’inizio, con i suoi rappresentanti, impegnata sul versante della modifica radicale degli accordi. Il primo risultato si ottenne quando ancora Italia Viva non esisteva, con il voto compatto di tutto il Partito Democratico, non senza una discussione all’epoca lacerante all’’interno di quel partito, per il non rifinanziamento delle motovedette assegnate alla guardia costiera libica. Del resto non si comprende come non sia arrivato il momento di realizzare una nuova intesa trasparente, senza clausole segrete, senza nessun finanziamento nei confronti di bande che proseguono, indisturbate, a fare affari sulla pelle dei migranti. Il Parlamento, i cittadini italiani, hanno il diritto barra dovere di determinare l’indirizzo della politica estera del nostro Paese. Nel rispetto della nostra legge suprema, la Costituzione, e facendosi interprete di un impegno che supera ogni altro: la tutela imprescindibile dei diritti umani.