I missili iraniani che stanno colpendo Israele dimostrano una cosa ovvia: lo Stato ebraico non è dotato di difese capaci di proteggerlo integralmente. Ma è una constatazione che non sorprende nessuno, perché nessuno ha mai pensato che fosse possibile predisporre e mantenere in efficienza un tale dispositivo di protezione integrale.

L’andamento degli attacchi iraniani, tuttavia, mentre denuncia quella cosa ovvia ne suggerisce verosimilmente una meno scontata. Il grande e risalente timore – cioè la paura che non da qualche mese, ma si può dire da sempre – impensieriva Israele, riguardava la possibilità che il sistema di difesa potesse collassare dovendo far fronte al lancio simultaneo di una grande quantità di missili balistici. A tre settimane dall’inizio del conflitto, gli attacchi iraniani – che pure riescono a fare danni notevoli – si riducono al lancio di alcuni missili, a volte anche solo un paio, nel giro di una giornata.

L’ipotesi che l’Iran, a questa altezza di tempo, si sia astenuto per ragioni tattiche dallo sferrare quell’attacco più massiccio, limitandosi per ora a uno stillicidio debilitante, ma non devastante, è ormai tra le meno accreditate. È più credibile, in altre parole, che l’Iran non ricorra a quel più deciso attacco, semplicemente, perché non può. Non basta. Milita infatti nello stesso senso la circostanza che l’Iran abbia preso a far uso (non ne fece uso negli attacchi del 2024) delle bombe a grappolo. Armi insidiose e terrorizzanti – questo sì – ma la cui adozione sembra, per così dire, compensativa: l’orribile strumento micidiale cui si ricorre in mancanza d’altro.

Se il quadro effettivo delle capacità offensive iraniane fosse questo, allora la scena degli isolati di Tel Aviv fatti a pezzi assumerebbe un significato molto diverso rispetto a quello di cui si narra. Non si tratterebbe del prologo di un’escalation offensiva con buone riserve di ulteriore e duratura minaccia, ma dei cascami pur dannosi di un apparato in via di esaurimento. E non basta ancora. Perché, se lo scenario fosse quest’altro, allora apparirebbero svuotate sia le accuse – che si sprecavano all’inizio delle operazioni contro l’Iran – insistenti sulla pretesa avventatezza di un’iniziativa bellica mal calcolata, sia le critiche circa l’inefficacia neutralizzante dei raid israelo-statunitensi.

Attenzione, è naturalmente anche possibile che queste proiezioni – per quanto supportate da analisi fredde, tutt’altro che apologetiche, da parte di analisti non solo israeliani – si rivelino completamente scentrate. E che, dunque, Israele sia sottoposto a ondate non più sostenibili di attacchi missilistici. Ma l’evidenza statistica, se letta togliendo dal campo visivo le pur terribili esplosioni e le vittime degli attacchi, dice per ora che è svanito l’incubo di intere città distrutte e di innumerevoli morti israeliani. Un incubo che, senza questa guerra, sarebbe rimasto attuale.