L’Iran respinge la proposta di cessate il fuoco di Trump mentre gli Stati Uniti inviano forze di terra nel Golfo a rafforzamento dei circa 50 mila soldati già presenti. La notizia giunge dopo i tentativi dell’amministrazione Trump di avviare negoziati volti a porre fine alla guerra, dopo circa un mese di bombardamenti.

Teheran ha dunque “reagito negativamente” alla proposta americana. Le posizioni restano distanti. Gli Usa avevano fatto pervenire a Teheran una proposta in 15 punti, tra questi, l’apertura dello Stretto di Hormuz, zero arricchimento nucleare, rinuncia alla produzione di missili balistici, fine del sostegno ai proxy regionali. Il regime non ha cambiato alcuna posizione è fermo nella sua intransigenza, vuole conservare una sua capacità di deterrenza, non vuol rinunciare al suo arsenale missilistico, che in verità ora è stato drasticamente depotenziato a causa dei bombardamenti israelo-americani e non vuol rinunciare alle sue ramificazioni in medio oriente e, soprattutto, vuole che sia posto fine al regime sanzionatorio che ha messo in ginocchio il paese e che siano pagati i danni per i bombardamenti subiti.

Ricordate i recenti tentativi dell’Oman e i loro fallimenti? Ebbene, sembra che anche in questo nuovo tentativo negoziale si registri il gioco delle parti. Gli Stati Uniti avevano in un primo momento proposto di organizzare colloqui mediati dalla Turchia tra il vicepresidente JD Vance e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, come sostengono fonti turche. In queste ore si erano diffuse voci secondo cui sarebbero in corso preparativi per un potenziale incontro a Islamabad che coinvolgerebbe alti funzionari statunitensi e iraniani. L’iniziativa sarebbe stata facilitata dal Pakistan con il sostegno dei partner regionali in particolare dell’Arabia Saudita. Riyadh e Islamabad sono legati da un trattato di difesa, sono due paesi entrambi sunniti. Il Pakistan fornisce protezione all’Arabia Saudita con la sua deterrenza nucleare. Ecco perché se l’incontro avvenisse in Pakistan è come se si tenesse in Arabia Saudita. L’Iran non ha ancora risposto alla proposta. Ghalibaf, a sua volta, ha affermato che non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti, ma si è astenuto dall’escludere esplicitamente la mediazione di terze parti.

Trump dunque aveva parlato di un accordo in corso, ma di fatto inesistente perché era stato subito smentito dal presidente dell’Assemblea consultiva islamica, Mohammad-Bagher Ghalibaf, che nel vuoto di potere che si è creato a seguito dell’uccisione di quasi tutto il vertice della repubblica islamica, ha assunto un ruolo sempre più centrale nel regime così duramente colpito in questa guerra che sta per completare il suo primo mese. Trump come è nelle sue caratteristiche forza le posizioni dell’interlocutore giocando molto su una retorica propagandistica sostenendo che l’Iran ha subito un cambio di regime perché al potere non vi è nessuno di coloro che governavano prima e che dunque il regime iraniano vuole concludere un negoziato al più presto e per questo avrebbe abbandonato l’idea di costruirsi la bomba atomica. Ma non c’è nulla di vero in tutto ciò e non c’è nulla di nuovo in questa posizione di Teheran, il regime iraniano infatti non ha mai detto di volere un’arma nucleare. Il problema è che gli ayatollah hanno sempre mentito su questo punto critico. La repubblica islamica ha sempre detto di non essere interessata alla costruzione della bomba atomica, ma continua a stoccare uranio arricchito al 60% nelle viscere di Natanz e di Isfahan. Nulla di nuovo dunque.

Washington non ha mai smesso di cercare di trattare con l’Iran seppur in gran segreto, ma ora gli Usa sono usciti allo scoperto e le trattative sono tornate alla luce del sole, ma ancora con un nulla di fatto. Ci si chiede se Trump cerchi un appiglio per poter dichiarare vittoria e uscire fuori da un conflitto che rischia di fargli perdere consenso tra il suo elettorato, ma è certo che la repubblica islamica ne approfitta per respirare e prendere tempo. Intanto un contingente di tremila marines è in arrivo nel Golfo. Martedì Teheran ha nominato il successore del defunto Ali Larijani. Il nuovo responsabile della sicurezza nazionale è ora Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante delle guardie rivoluzionarie. Zolghadr è un veterano delle guardie rivoluzionarie, è un intransigente anti-occidentale che ora si trova al centro dell’apparato di sicurezza del Paese in tempo di guerra. La sua nomina segna la crescente influenza del corpo dei pasdaran originariamente incaricato di salvaguardare la rivoluzione islamica, ma che sta acquisendo sempre più peso nel contesto della guerra. La carriera di Zolghadr è profondamente radicata nel Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Ha ricoperto le cariche di vice comandante in capo, capo di stato maggiore congiunto e comandante delle forze paramilitari Basij. Mentre il mandato di Larijani era stato caratterizzato da un pragmatismo cauto e calcolato, la nomina di Zolghadr, secondo gli esperti, restringerà ulteriormente le già limitate vie diplomatiche.

Il Consiglio Nazionale di Sicurezza e Sicurezza (SNSC) è più di un semplice organismo di coordinamento: è il punto di convergenza tra le attività militari, di intelligence e diplomatiche dell’Iran, e il curriculum di Zolghadr suggerisce che qualsiasi coinvolgimento sarà filtrato attraverso una lente che privilegia la sicurezza. Dunque, il Corpo dei pasdaran rafforza il controllo nel paese e l’ascesa di Zolghadr riflette un cambiamento istituzionale più profondo: la normalizzazione delle guardie rivoluzionarie islamiche come arbitro centrale della strategia statale. L’Iran sta cercando di sconfiggere l’America nel suo salotto di casa. Teheran sta conducendo una guerra per la sopravvivenza e adotta la stessa strategia adottata dal 1979, cerca di rendere la guerra troppo impopolare presso l’opinione pubblica americana perché il presidente degli Stati Uniti possa continuarla. Le armi impiegate non sono più autobombe e ordigni esplosivi improvvisati come avvenne nel 1979 e nel 1983, ora sono missili, droni e la sua geografia.