«Porre fine alla guerra in Ucraina – afferma il politologo e analista russo Nikolay Petrov, capo del Centro per la ricerca politico-geografica di Berlino e Senior Fellow presso Chatham House – accettando tutte le richieste del Paese aggressore appare come una mossa scellerata».

Professor Petrov, continuano in Florida le trattative fra Ucraina, Russia e Usa, sul modello del piano di pace avanzato da Trump e articolato in 28 punti, successivamente ridotto a 19. Potrebbe prefigurarsi una capitolazione per Kyiv?
«Sì. Il piano di pace statunitense equivale a una capitolazione non solo per Kyiv, ma anche per l’Occidente in Ucraina. Così come è stato pubblicato, prevede di fatto l’adempimento di quasi tutte le richieste di Putin, da lui ripetutamente espresse prima e durante la guerra. Si può dire che ciò sia ingiusto nei confronti di Kyiv e violi le norme del diritto internazionale. Eppure, continuare la guerra per la quale l’Ucraina ha già perso moltissimo – non tanto territorialmente quanto come nazione, tra morti e scomparse – sarebbe molto peggio. L’unica vera alternativa alle concessioni al Cremlino sarebbe rappresentata dall’ingresso diretto dell’Occidente in guerra, ma non è preparato a questo».

Cosa ne pensa delle condizioni avanzate dal Cremlino?
«Appaiono ancora più aberranti di prima, se confrontate con gli accordi di Minsk, la cui rottura da parte di Kyiv ha rappresentato il detonatore per l’inizio dell’aggressione russa. Dopo quasi quattro anni di guerra, al costo di colossali perdite umane ed economiche, l’Ucraina otterrà una pace umiliante a condizioni significativamente peggiori di quelle di Minsk-2. Tuttavia, sarebbe sbagliato giudicare la sconfitta solo in base all’esito finale. Kyiv è riuscita a sventare la guerra lampo pianificata dal Cremlino nel 2022; ha dimostrato forza e resilienza nell’affrontare un nemico molte volte più forte, e ha dato prova di una perseveranza e di un eroismo straordinari. Le condizioni proposte dalla Casa Bianca, invece, sono umilianti non tanto per l’Ucraina quanto per la Nato e l’Unione Europea. Per parte loro si tratta di una perdita di prestigio e dell’ammissione che le colossali spese materiali e finanziarie sostenute non hanno prodotto alcun risultato. Eppure, perdere una battaglia non equivale a perdere la guerra che il regime di Putin ha dichiarato all’Occidente. E se si trarranno le giuste lezioni dalla sconfitta in Ucraina, l’Occidente uscirà da questa guerra più forte e più in grado di resistere all’aggressione russa in futuro».

Pensa che il presidente Zelensky, indebolito dagli scandali interni, potrebbe essere costretto ad accettare il piano proposto dagli Stati Uniti?
«Lo scandalo di corruzione non è scoppiato da solo, ed è probabile che continui a crescere a dismisura, colpendo non solo l’entourage immediato del presidente ucraino, ma anche lo stesso Zelensky. In ultima analisi, tuttavia, il problema non è il Presidente, ma l’élite e la società ucraine, che prima o poi dovranno accettare il piano attuale – o una sua versione leggermente modificata – per porre fine alla guerra a condizioni estremamente sfavorevoli per Kyiv. Non sarà facile, e sarà accompagnato da un cambio di potere e da una profonda disillusione dell’Ucraina nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente nel suo complesso. Eppure, rimandare la fine di una guerra che costa centinaia di vite e centinaia di milioni di dollari ogni giorno sarebbe criminale».

Per quanto riguarda lo scandalo emerso, ravvisa delle concrete responsabilità personali del Presidente Zelensky?
«Indipendentemente dal fatto che lo stesso Zelensky, il suo braccio destro Andriy Yermak o la First Lady siano personalmente coinvolti in piani di corruzione, il Presidente ha la responsabilità personale di ciò che accade ai massimi livelli del potere. E le azioni di Zelensky, così come i suoi tentativi di porre sotto il controllo del suo team l’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina (NABU), che stava conducendo indagini anticorruzione, indicano che era a conoscenza dell’indagine e ha cercato di evitarne la divulgazione pubblica dei risultati».

La vicenda potrebbe quindi rappresentare un’occasione per Zelensky di effettuare un repulisti generale nel governo e nell’establishment ucraino?
«Nella maggior parte dei Paesi post-sovietici – novero a cui appartiene anche l’Ucraina – la corruzione non è una deviazione dalla norma, ma la norma stessa, uno degli elementi fondamentali del regime politico. Ripulire il sistema dalla corruzione è possibile solo migliorando il regime stesso: servirebbero una maggiore trasparenza del governo, una separazione dei poteri efficace, una vera competizione politica pubblica e così via. La guerra non contribuisce di certo a nulla di tutto ciò, quindi possiamo aspettarci solo vittorie locali sulla corruzione, quando alcuni attori corrotti saranno semplicemente sostituiti da altri».

L’opposizione interna – nei cui ranghi figura l’ex Presidente Petro Poroshenko – incalza il governo, chiedendo nuove elezioni. Riuscirà Zelensky a risalire nei consensi?
«Al momento, il sostegno a Zelensky, – sia all’interno del Paese che all’estero – è in calo e appare sempre più probabile che dovrà candidarsi alle elezioni del 2026, il che potrebbe di fatto significare la fine della sua carriera politica. Anche la pressione su Putin, se porterà a progressi nei negoziati per porre fine alla guerra, diventerà un fattore a favore dello svolgimento delle elezioni in Ucraina. Zelensky sembra essere tra l’incudine e il martello: date le attuali circostanze politiche, non è in grado di scendere a compromessi, cosa che verrebbe comunque percepito da una parte della società ucraina – quella decisa a resistere a tutti i costi – come una resa di posizione».