L'intervista
Martelli e l’analisi del referendum tra luci, ombre e scivoloni: “Maggioranza non aveva lo spirito giusto, ma la riforma dell’ordinamento va fatta”
L’ex ministro della Giustizia analizza l’esito del voto tra luci, ombre e scivoloni: “Iniziative garantiste, avanti sulla responsabilità delle toghe”
Claudio Martelli, vice di Bettino Craxi alla guida del Psi e già ministro della Giustizia, è stato uno dei protagonisti della stagione riformista dei primissimi anni Novanta. Ha sostenuto il Sì ma oggi legge senza indulgenze l’esito del referendum sulla giustizia: una sconfitta politica, ma anche il risultato di errori profondi nella costruzione della riforma.
Partiamo dalla campagna referendaria: che campagna è stata? Si aspettava questo esito?
«No, devo dire la verità: ero molto incerto. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che il Sì potesse vincere, ma non ho mai avuto certezze. Proprio per questo credo che oggi sia necessario interrogarsi sugli errori commessi».
Errori che lei individua con chiarezza?
«Sì, e sono diversi. Il primo è un evidente disallineamento politico e culturale. Le forze che sostenevano la riforma erano in gran parte di impronta giustizialista, mentre il fronte del No, tradizionalmente garantista, si è trovato a difendere anche interessi corporativi della magistratura. Una configurazione così contraddittoria si presta inevitabilmente a strumentalizzazioni».
Anche i toni della campagna hanno inciso?
«Certamente. Ci sono state esagerazioni da entrambe le parti. Alcune dichiarazioni hanno alimentato confusione e radicalizzazione. Quando il confronto deraglia, il merito delle riforme passa in secondo piano».
Nel merito, la riforma le sembrava convincente?
«Conteneva elementi condivisibili, come il sorteggio e la divisione dei Csm. Ma accanto a questi c’era un errore grave, direi strutturale: un rafforzamento eccessivo del pubblico ministero».
In che senso?
«Se fosse passata, l’autonomia del pubblico ministero sarebbe stata costituzionalizzata in modo tale da renderlo di fatto incensurabile. Un esito paradossale, e per di più non richiesto neppure dai magistrati. Questo è un errore di cultura giuridica e costituzionale, non una semplice “sgrammaticatura”».
Quindi si sente sconfitto solo a metà?
«Esattamente. Sono sconfitto perché la riforma è stata bocciata, ma sono anche sollevato perché è stato evitato quel passaggio sull’incensurabilità del pubblico ministero».
Chi esce davvero sconfitto da questo voto?
«La responsabilità politica principale è del governo. E dunque di Giorgia Meloni. È stata lei a volere lo scontro, rifiutando ogni ipotesi di mediazione parlamentare. Hanno cercato il referendum e lo hanno perso»
Che conseguenze politiche avrà questa sconfitta?
«Non è una sconfitta elettorale, ma resta una sconfitta netta. È difficile uscirne indenni. Il referendum è una prova diretta, un giudizio popolare. Quando lo perdi, il segno resta».
Come può proseguire ora l’azione riformatrice?
«Con grande fatica. Il governo era già in difficoltà prima, ora lo sarà di più. E il rischio è che si cerchi di spostare l’attenzione su altri temi, dalla geopolitica all’economia, lasciando la giustizia sullo sfondo».
Il ruolo della magistratura organizzata in questa partita?
«L’Anm è stata il vero protagonista. Ma non è una novità: lo è da decenni. Già ai tempi del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati era il principale attore politico. La differenza è che oggi questa dimensione è più esplicita».
Quel referendum lo vinceste, ma senza effetti duraturi. Perché?
«Perché fu svuotato in Parlamento. La responsabilità civile diretta del magistrato si trasformò in responsabilità dello Stato. È il destino di molte riforme sulla giustizia: si annunciano, si votano, e poi si neutralizzano».
Oggi il Parlamento ha davvero una nuova occasione?
«In teoria sì. Ma quello che sento è soprattutto un discorso sull’efficienza: personale, strutture, organizzazione. Tutto giusto, ma non basta. Il nodo resta lo squilibrio tra accusa e difesa».
Qual è, allora, la priorità per un riformismo garantista?
«Limitare lo strapotere del pubblico ministero nel processo. Serve un giudice che controlli davvero l’azione del pm, che impedisca derive e abusi. E serve anche un’avvocatura più forte, capace di fare controindagini vere».
E sul piano disciplinare dei magistrati?
«Devono rispondere degli errori, ma non con sanzioni economiche. La sanzione deve essere nella carriera: bocciature, retrocessioni. È lì che si misura la responsabilità».
I riformisti devono continuare questa battaglia?
«Sì, ma su basi più solide. Questa riforma era troppo confusa. Il garantismo non si difende con compromessi incoerenti. Va affermato con chiarezza e coerenza».
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