Martina Rossi non si è tolta la vita ma è morta, cadendo dal balcone dell’hotel, perché stava fuggendo a un tentativo di stupro. La quarta sezione della Corte di Cassazione ha confermato nella serata di giovedì 7 ottobre le condanne a 3 anni di reclusione per Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, i due giovani originari di Arezzo, per tentata violenza di gruppo, in merito al processo sulla morte della 20enne genovese che il 3 agosto 2011 precipitò dalla camera di un albergo a Palma di Maiorca, alle Baleari in Spagna. Dopo dieci anni si conclude così il processo sulla morte della studentessa ligure, inizialmente archiviato in Spagna come suicidio e poi riaperto in Italia grazie alla caparbietà dei genitori di Martina.

Luca Albertoni e Alessandro Vanneschi, dopo oltre sette ore udienza e due di camera di consiglio, sono stati ritenuti responsabili di aver tentato lo stupro di Martina Rossi che all’alba del 3 agosto 2011, di ritorno da una serata in discoteca, perse la vita cadendo dal sesto piano dell’hotel ‘Santa Ana’ a Palma di Maiorca, dove si trovava in vacanza con delle amiche.

Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Elisabetta Ceniccola, nella sua requisitoria, aveva chiesto la conferma delle condanne. “La compresenza di Vanneschi – ha detto in aula il Pg – ha determinato il rafforzamento del proposito criminale di Albertoni e ha influito negativamente sulla possibilità di difesa di Martina, che si è sentita in soggezione e impossibilitata a difendersi. Fatto che ha impedito alla ragazza di uscire dalla stanza usando la via più facile, la porta. Per questo Martina ha cercato di fuggire, mettendo a rischio la sua vita, scavalcando la balaustra del terrazzo, ma non si è gettata con intento suicida. Quando è morta non aveva i pantaloncini, che non sono stati ritrovati, come anche le ciabatte”.

Albertoni e Vanneschi, nel corso del processo d’appello, avevano rilasciato dichiarazioni spontanee per ribadire la loro innocenza. Albertoni aveva sostenuto che la ventenne genovese si sarebbe buttata dal balcone perché in stato confusionale dovuto al fatto che poco prima avevano fumato insieme uno spinello.

Secondo la ricostruzione la notte tra il 2 e il 3 agosto Martina salì in camera dei due giovani, perché nella sua le amiche erano in compagnia degli altri due ragazzi della comitiva di aretini. All’alba Martina precipitò dal balcone della stanza 609, quella dei due giovani, per sfuggire a un tentativo di stupro.

Le parole dei genitori di Martina

“Non ci deve essere più nessuno che possa permettere di far del male a una donna e passarla liscia. Ora posso dire a Martina che il suo papà è triste perché lei non c’è più, ma anche soddisfatto perché il nostro paese è riuscito a fare a giustizia“. Queste le parole di Bruno Rossi dopo la sentenza della Cassazione.

“Finalmente la verità, anche se quello che ha sofferto Martina non lo cancella nessuno. Non hanno avuto neanche pietà”. Così la madre Franca Murialdo. “Quando ho letto la sentenza di appello bis ho pensato che faceva onore alla verità. Ecco – ha aggiunto- è vero, lo conferma la Cassazione”.

Duro il commento dei Luca Fanfani, legale della famiglia Rossi: “Non esiste un’altra verità se non quella per cui Martina è morta per sfuggire a un tentativo di stupro ed era talmente disperata al punto da scavalcare un balcone al sesto piano. Ora la Spagna chieda scusa per come ha archiviato l’indagine e per il fatto che quella stanza d’albergo venne affittata solo qualche ora dopo” ha aggiunto.

L’archivio come suicidio in Spagna e la riapertura del caso in Italia

Dopo le prime indagini in Spagna, dove il caso fu archiviato come suicidio, i genitori di Martina, Bruno Rossi e Franca Murialdo, oggi in aula, hanno lottato a lungo per far riaprire il caso. In primo grado ad Arezzo il 14 dicembre 2018 i due imputati vennero condannati a 6 anni di reclusione per tentato stupro e morte in conseguenza di altro reato (poi estinto per intervenuta prescrizione). Il 9 giugno 2020 la Corte d’appello di Firenze aveva assolto Albertoni e Vanneschi “perché il fatto non sussiste”. La Suprema Corte di Cassazione lo scorso 21 gennaio ha annullato la sentenza di assoluzione disponendo un nuovo processo per i due imputati come aveva sollecitato, nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore generale Domenico Seccia e accogliendo i ricorsi presentati dalla procura generale di Firenze e dalla parte civile. Processo d’appello bis celebrato in fretta per sfidare i tempi della prescrizione definitiva. La difesa dei due imputati ha sempre contestato la ricostruzione, attribuendo la caduta della 20enne a un suicidio o a un incidente. Oggi la Cassazione ha però confermato le condanne per entrambi.

Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.