L'intervista
Massima allerta per Milano-Cortina 2026, Lombardi: “La prevenzione è cruciale”
Finiti i Giochi, l’attenzione si abbasserà, ma non quella delle agenzie di sicurezza
Infine ci siamo. Milano-Cortina 2026 si apre con l’entusiasmo che è proprio dei giochi olimpici e alcune polemiche. Tra cui quelle sulla sicurezza. Ne abbiamo parlato con Marco Lombardi, professore di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore ITSTIME (Italian Team for Security Terroristic Issues & Managing Emergencies), centro di ricerca dello stesso ateneo che, da 15 anni, studia il fenomeno del terrorismo.
Milano accoglie oggi capi di Stato e di governo, rappresentanze diplomatiche e sportive. Il suo sistema di sicurezza è pronto?
«L’Italia può vantare un ottimo sistema di sicurezza, capillare e diffuso. Faccio riferimento non solo alle specifiche agenzie di intelligence, determinanti per la prevenzione delle minacce, ma a tutte le istituzioni che costituiscono un ombrello di difesa del paese ben distribuito e con grandi capacità. L’intelligence, insieme a carabinieri, polizia, guardia di finanza, e a tutte le cosiddette agenzie di law enforcement operano come un sistema di attori integrati».
Quali sono i rischi maggiori che possono incorrere in situazioni simili?
«Siamo nel mondo della multidimensionalità. Ogni rischio è correlato a un altro. È dalla conferenza di Lorenz del 1972 che ci divertiamo a fare gli intellettuali citando l’effetto farfalla che dal Brasile scatena un tornado in Texas. Qui in Italia da prima del 1972 diciamo che una cosa tira l’altra. E quanto è più vero nelle crisi e nei disastri».
Allora cosa dobbiamo temere?
«In questa prospettiva tutto. A cominciare dal possibile attacco terroristico al pubblico o a una personalità. Ma anche l’hackeraggio di un sistema di cronometraggio. La risposta è attenzione costante a mantenere ogni deviazione dall’atteso all’interno dei protocolli previsti. La prevenzione gioca una parte fondamentale e anche la cooperazione, che include l’assunzione di responsabilità da parte di politici e di cittadini».
Si è parlato tanto degli agenti dell’Ice. È un pericolo effettivo, oppure un problema distorto?
«Ice è un problema grande! Proprio perché non ha senso come problema in termini stretti di sicurezza. L’Ice lavora da decenni nelle rappresentanze consolari americane all’estero, anche in Italia, con la sua agenzia investigativa che continuerà a dare supporto agli assetti Usa anche durante le Olimpiadi. Da sempre, la protezione vicina, quella ai propri team e alle proprie personalità, è affidata alle agenzie nazionali, con regole e protocolli precisi che non delegano il coordinamento e la responsabilità, sempre ad appannaggio della nazione ospite. In tal senso, dunque, Ice non è un problema, ma uno degli asset».
Allora dove sta il problema?
«Sta nell’avere manipolato la questione Ice a fini utilitaristici e politici nazionali. È accaduto quanto non doveva accadere, con una irresponsabilità politica locale, milanese in primis, che ha chiamato a raccolta le piazze contro un nemico inesistente per attaccare il governo nazionale. È la dimostrazione di un comportamento strumentale della governance locale che, invece di collaborare a mantenere la situazione tranquilla, ha incrementato il conflitto. Questo avrà effetti negativi su Milano, in termini di immagine, ma soprattutto c’è il rischio che distolga attenzione a chi è impegnato a gestire la sicurezza dei giochi, drenando risorse che devono anche occuparsi di un possibile fronte interno. Di cui si sarebbe fatto volentieri a meno».
Finita la cerimonia di apertura, inizieranno i giochi veri e propri, in quel caso i pericoli resteranno gli stessi?
«I rischi perdurano fino alla cerimonia di chiusura e oltre. Fino quando non saranno tutti tornati a casa. Anzi, più ci si avvicina alla chiusura più il rischio aumenta. Ma stiamo tranquilli, l’attenzione che si abbasserà sulla sicurezza sarà quella dei media e dei cittadini. Quella delle agenzie di sicurezza andrà nella direzione opposta, aumenterà».
L’altro grande evento che ha messo Milano al centro dell’attenzione mondiale è stato Milano Expo 2015. Anno degli attacchi a Charlie Hebdo e al Bataclan a Parigi. Allora c’era l’Isis. Oggi chi sono i nemici?
«Quei nemici ci sono ancora. Si parla meno di jihad ma il terrorismo islamista è presente e rappresenta una minaccia importante. Le Olimpiadi sono un simbolo per tante cose. L’unico significato che ha perso è quello di pace e di tregua nella Grecia antica. Oggi, i Giochi per alcuni significano una rappresentazione della globalizzazione nel modo più deteriore e per altri una occasione di esposizione di bersagli e personalità importanti, oppure un palcoscenico mediatico in cui dimostrare la propria capacità con un attacco. Dunque, da una parte abbiamo una minaccia prevedibile nei gruppi organizzati (dal jihad a tutte le forme di anti globalizzazione), dall’altra la minaccia nascosta dell’improvvisazione».
Come affrontiamo la situazione?
«Con capacità di prevenzione e organizzazione perfetta per l’eventuale reazione. Nel caso dei giochi, abbiamo una compressione del tempo, una concentrazione delle minacce su un orizzonte temporale più stretto, ma la conoscenza preventiva che abbiamo sviluppato in questi anni e la capacità interoperativa sono la risposta adeguata».
Si parla sempre di guerra cognitiva e guerra ibrida. Le olimpiadi sono un fronte anche di questo conflitto?
«La guerra cognitiva, evoluzione e specifica della guerra ibrida, non ha un fronte: è ubiqua, sta ovunque. Ogni evento, ogni fattore soprattutto non coordinato nelle routine è una potenziale fattore stressante che aumenta il rischio. Inoltre, le Olimpiadi sono quel palcoscenico sul quale, una volta saliti, si resta nella storia. Purtroppo, ancora oggi si legge di Monaco 1972».
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