Italia
Matera, l’eredità del riscatto dei sassi. Ora la città dovrà tradurre il dialogo nel concreto
Sette anni dopo il 2019, Matera torna a misurarsi con una sfida culturale di respiro internazionale. Non più sotto i riflettori della Capitale europea della cultura, ma chiamata nel 2026 a condividere il titolo di Capitale mediterranea della cultura e del dialogo con la città di Tétouan (Marocco), un riconoscimento promosso dall’Unione per il Mediterraneo e curato dalla Fondazione Anna Lindh.
È una seconda occasione, più silenziosa e per questo più difficile: meno entusiasmo, meno risorse straordinarie, più responsabilità politica. Se il 2019 fu l’anno della scoperta e della narrazione, il 2026 chiede a Matera qualcosa di diverso: dimostrare che il dialogo può tradursi in una pratica concreta capace di produrre relazioni nello spazio euro-mediterraneo. Matera arriva a questo appuntamento con l’eredità del riscatto dei Sassi, riconosciuti dall’UNESCO nel 1993, e con il percorso che ha portato la città al titolo di Capitale europea della cultura nel 2019. Un’eredità che oggi non può essere riproposta meccanicamente, ma ripensata in un contesto meno celebrativo e più politico.
Dietro il titolo c’è il dossier “Terre Immerse”, con cui la Fondazione Matera-Basilicata 2019 prova a superare una lettura puramente costiera del Mediterraneo per restituirlo come spazio culturale complesso. Ma proprio qui si gioca la partita più delicata: trasformare la visione in una politica culturale riconoscibile, capace di andare oltre il perimetro degli eventi. In caso contrario, Matera – e, per estensione, la sua governance culturale – rischia di diventare un palcoscenico simbolico, evocativo ma inoffensivo, incapace di incidere sui veri nodi del Mediterraneo contemporaneo. Il nodo politico del 2026 sta tutto nel concetto di dialogo. In questo contesto, mentre oggi il Mediterraneo è attraversato da guerre, migrazioni forzate e nuove tensioni geopolitiche, la cultura rischia di essere usata come compensazione simbolica, più che come strumento di trasformazione politica. Si ripropone così il pericolo, già visto nel 2019, che il dialogo resti affidato più alle strutture organizzative che a una vera strategia politica. Festival, residenze artistiche e progetti transfrontalieri possono essere leve reali solo se inseriti in una visione che tenga insieme cooperazione, produzione di conoscenza e responsabilità istituzionale.
Per Matera, questa nomina rappresenta un nuovo tassello nel suo ruolo di crocevia culturale tra Appennino e Mediterraneo. Ma il successo di “Terre Immerse” non si misurerà nel numero di eventi o di presenze, bensì nella capacità di tradurre il dialogo in scelte riconoscibili di politica culturale. Abitare il Mediterraneo non significa celebrarne l’armonia, ma “accettarne” i conflitti e provare a governarli. È su questo terreno che Matera sarà chiamata nel 2026 a dimostrare se l’anno da Capitale – la cerimonia d’inaugurazione è il 20 marzo -, rappresenterà l’inizio di una fase matura o una etichetta di marketing ben riuscita.
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