Il referendum sulla giustizia doveva essere un plebiscito sulla separazione delle carriere. È diventato un test sugli equilibri politici delle grandi città. E Milano, come spesso accade, ha parlato più forte degli altri.

Il dato nazionale è netto: il No ha vinto con il 53,74%, affluenza al 58,93%. Ma il dato milanese racconta qualcosa di più specifico. La Lombardia è una delle tre regioni — con Veneto e Friuli Venezia Giulia — in cui ha prevalso il Sì, con un 53,56%. Milano città, invece, ha votato in direzione opposta: affluenza del 65%, No vincente con oltre sedici punti di scarto. Un allineamento con Bologna e Firenze, non con Brescia o Bergamo. La frattura non è nuova, ma il referendum l’ha resa plastica: Milano non è la Lombardia, e chi vorrà governarla nel 2027 dovrà tenerne conto. Il No ha prevalso in otto Municipi su nove. L’unica eccezione è il Municipio 1, il centro storico — Area C, grandi studi professionali, residenze di pregio — dove il Sì ha vinto di misura con il 51,1%. Un dato non irrilevante: il centro era sempre stato un fortino del centrosinistra.

Il sindaco Sala non ha perso tempo a intestarsi la lettura politica: “Andava data una forte risposta politica. E questa risposta è arrivata”. E ha aggiunto: “Questa vittoria ci dice che il Paese è contendibile. Ripartiamo da qui”. Ancora più netto Pierfrancesco Majorino, capogruppo Pd in Regione: “Una sconfitta politica della destra enorme. A Milano ci avevano spiegato che la partita fosse incertissima: alla fine più di quindici punti di differenza”. Parole che trasformano il risultato referendario in piattaforma di lancio per le comunali. Con sedici punti di vantaggio in città, il centrosinistra milanese può ragionevolmente considerarsi in posizione di forza per il 2027. Non di rendita — le comunali sono un’altra partita — ma di forza. Il problema, a questo punto, non è più se il centrosinistra può vincere. È quale centrosinistra vincerà le primarie e, di conseguenza, quale idea di Milano prevarrà. Perché le due opzioni sul tavolo non sono sfumature: sono visioni alternative.

Da un lato c’è quella che potremmo chiamare la “strada Majorino”. Identificandola col capogruppo Pd in Regione, ex assessore al welfare con Pisapia, radicato nei movimenti civici e nella sinistra di base, insomma una scelta che incarni una candidatura di campo largo, politica e identitaria. La Milano dei diritti, delle periferie, dell’opposizione frontale al governo. Un profilo che il referendum sembra premiare: la mobilitazione dal basso, il voto dei quartieri popolari, l’energia delle giovani generazioni che hanno votato No in massa. Dall’altro c’è la “strada Scavuzzo- Conte”. Il modello è -pur con alcune correzioni di tiro fisiologiche – quello costruito attorno alla vicesindaca che già dichiarato la sua disponibilità dopo un periodo complicato in cui ha incarnato la stabilità amministrativa e all’Assessore al Bilancio, al Demanio e al Piano straordinario Casa, , considerato da molti il delfino naturale di Sala. Scavuzzo esprime il pd “resposabile” Conte è il portavoce de LaCivica Milano, l’evoluzione della lista civica del sindaco. Il modello comune è quello della continuità riformista: competenza tecnica, moderatismo pragmatico che potrebbe attrarre l’area centrista e quel pezzo di Milano che chiede buona amministrazione più che appartenenza.

La scelta tra queste due strade non è neutra. La prima parlerebbe alla città che ha votato No per convinzione politica. Il “modello Scavuzzo- Conte” parlerebbe alla città che vuole continuità e solidità gestionale. Il primo rischierebbe di perdere il centro — tornando al referendum, ad esempio quel Municipio 1 che ha dato un buon numero di preferenze al Sì — e di restringere il perimetro. Il secondo rischierebbe di non scaldare abbastanza la base, quella che domenica è uscita di casa per andare ai seggi. Poi, in quel campo extrapolitico che rimane sempre attrattivo, rimane il nome di Mario Calabresi. Prestigioso, ma che richiede una sintesi vera tra le anime. Il referendum ha dato al centrosinistra milanese un patrimonio di partecipazione che non aveva da anni. La domanda è se saprà investirlo in un progetto di città o se lo dissiperà in una competizione di correnti. Milano, domenica, ha detto di voler parlare. Adesso aspetta di sapere chi le chiederà il voto, e per fare cosa.