Oltre alla ben nota filiera dell’uranio ad alto arricchimento, un’altra silenziosa minaccia nucleare si profila all’orizzonte, pronta a essere percorsa dall’Iran o forse già pienamente sfruttata in totale segretezza. Questa prospettiva assume i contorni di una necessità stringente per gli Ayatollah a causa della morsa soffocante dello stretto di Hormuz, il cui blocco operativo sta strangolando l’economia iraniana e spingendo il regime verso una traiettoria di estrema vulnerabilità. Di fronte al rischio concreto di un collasso economico alimentato dall’interruzione delle vendite di petrolio; oltre alla minaccia di un disastro politico interno, Teheran potrebbe essere indotta a compiere mosse disperate per ribaltare i rapporti di forza regionali. La storia del programma nucleare iraniano, che abbiamo già ampiamente scandagliato qui nei suoi passaggi originari legati all’era dello Scià e ai progetti di cooperazione occidentale degli anni Settanta, trova il suo snodo cruciale e definitivo nella vicenda del reattore di Bushehr, sulle rive del Golfo.

La genesi oscura del plutonio: dalla fissione al combustibile irraggiato

Per comprendere la portata del rischio nascosto a Bushehr occorre analizzare brevemente la fisica fondamentale dei reattori nucleari civili. La centrale iraniana utilizza un reattore russo ad acqua pressurizzata (PWR) modello VVER-1000, un tipo di impianto progettato per produrre energia elettrica sfruttando la fissione dell’uranio-235. Ricordiamo che l’uranio naturale ha una concentrazione in uranio 235 di circa il 0,72% e che – con lunghi e costosi processi di separazione fisica basati su ultracentrifughe – deve essere portato ad una concentrazione pari al 3,2-3,6% in uranio-235 per poter essere utilizzato nei reattori civili PWR. Poi, per trasformare questo uranio in una bomba atomica occorre portare la concentrazione di uranio-235 almeno fino al 90%, ma questa è un’altra storia che abbiamo già raccontato proprio qui. Torniamo ai reattori PWR: oltre a un 3,2-3,6% in uranio-235, il resto della miscela di isotopi di uranio immessa nel reattore sotto forma di barre di combustibile è costituita da uranio-238, che non partecipa alla reazione energetica.

Il deficit di sorveglianza e la miopia delle diplomazie

Il vero pericolo di questa filiera risiede nel totale scollamento tra l’attenzione internazionale e la realtà sul campo. Mentre i siti di arricchimento dell’uranio a Natanz e Fordow sono stati per anni al centro di complessi regimi di ispezione, sabotaggi cibernetici e monitoraggi digitali in tempo reale con telecamere e sensori collegati direttamente alle centrali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per non parlare dei bombardamenti, le piscine di Bushehr sono state quasi dimenticate e sono rimaste ai margini della sorveglianza intensiva.

Scenari futuri e i rischi di una catastrofe irreversibile

L’evoluzione della crisi attorno al polo di Bushehr apre prospettive allarmanti per la stabilità del Medio Oriente, delineando tre scenari principali individuati dagli analisti strategici.
Il primo scenario prevede il consolidamento dello status quo, con l’Iran che mantiene il controllo assoluto sulle 210 tonnellate di combustibile esausto e l’AIEA impossibilitata a imporre una sorveglianza continua. In questo contesto, Teheran conserva un’opzione nucleare basata sul plutonio del tutto indipendente dai progressi o dai blocchi subiti dai centri di arricchimento dell’uranio, vanificando la strategia di contenimento occidentale.
La seconda prospettiva contempla il rischio di un’escalation militare aperta e di attacchi preventivi contro le infrastrutture energetiche costiere della Repubblica Islamica. Tuttavia, colpire militarmente i depositi e le piscine di raffreddamento di Bushehr scatenerebbe una catastrofe ecologica e umanitaria senza precedenti storici. La dispersione nell’atmosfera e nelle acque del Golfo Persico di enormi quantità di materiale radioattivo investirebbe direttamente le popolazioni locali, trasformando un conflitto geopolitico in un disastro ambientale globale.
La terza via d’uscita – semmai sarà possibile riprendere serie trattative con l’Iran – risiede in un accordo diplomatico coercitivo e di ampio respiro, in cui la comunità internazionale imponga come condizione non negoziabile il trasferimento immediato – accuratamente contabilizzato e definitivo – del combustibile esausto fuori dai confini iraniani, chiudendo una volta per tutte la falla più pericolosa e colpevolmente ignorata dell’architettura della non-proliferazione nucleare.

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.