La recente e pesante battuta d’arresto subita dal programma di arricchimento dell’uranio, a seguito delle operazioni aeree dello scorso anno, riaccende i riflettori sull’immane prezzo ecologico che il popolo iraniano paga da quarant’anni. Fin dagli anni ‘80, la teocrazia di Teheran ha investito risorse finanziarie ed energetiche sterminate per inseguire la soglia militare del nucleare, attuando un modello di sviluppo predatorio basato sul cieco sfruttamento del territorio, l’inquinamento sistematico e la progressiva distruzione delle risorse idriche, forestali e minerarie. L’Iran affronta oggi una catastrofe ambientale senza precedenti, in cui la corsa all’atomo si intreccia con il collasso ecologico di un intero Paese.

A denunciare per prima l’esistenza del programma nucleare clandestino guidato dai mullah fu la resistenza dei Mojahedin del Popolo (MEK) a inizio anni 2000. Una forza d’opposizione storicamente perseguitata da spietate fatwa e colpita da una strategia di annientamento totale, che ha pagato con il sangue la scelta di opporsi alla tirannia. La loro campagna di sensibilizzazione internazionale, condotta al fianco del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) guidato da Maryam Rajavi, è stata determinante per spingere l’Unione europea e diversi governi a sanzionare i Pasdaran e a mostrare anche i danni ambientali generati. Mentre il futuro del regime appare sempre più incerto e la sensazione di un crollo imminente si fa forte, l’eredità ambientale degli ayatollah si rivela in tutta la sua drammaticità. Come rilevato da numerose inchieste della resistenza iraniana, dalla stampa estera e da numerosi report diffusi anche in Italia dal senatore e ambasciatore Giulio Terzi, l’Iran si trova in una condizione di vera e propria “bancarotta idrica”. La gestione dell’acqua è stata trasformata in uno strumento di potere e militarizzata a beneficio dei Pasdaran e dei loro conglomerati industriali, come il braccio costruttivo Khatam al-Anbiya.

Per alimentare i complessi nucleari, i siti di arricchimento e le industrie strategiche collegate, il regime ha promosso la deviazione artificiale dei fiumi, scavato oltre un milione di pozzi, in larga parte illegali o non regolamentati, e prosciugato bacini idrici millenari. Simboli di questo disastro sono il prosciugamento del lago di Urmia e la scomparsa del fiume Zayandeh. Il sovrasfruttamento delle falde acquifere ha causato l’impoverimento di oltre l’80% delle riserve sotterranee del Paese, provocando un fenomeno drammatico noto come “subsidenza”: il terreno sta letteralmente sprofondando in diverse province, creando voragini e minacciando l’infrastruttura della metropoli di Teheran.

A ciò si aggiunge la gravissima contaminazione dei corsi d’acqua e dei suoli derivante dagli scarichi industriali e dalle attività legate all’estrazione e alla lavorazione dei minerali radioattivi. In questo scenario di devastazione ecologica e sociale, il programma in dieci punti di Maryam Rajavi per un Iran libero, laico e denuclearizzato rappresenta un’importante alternativa strutturale alla visione militarista e nucleare dell’attuale regime. È nell’interesse dell’Italia, dell’Unione europea e delle istituzioni occidentali sostenere la resistenza iraniana, per porre fine non solo a una minaccia globale alla sicurezza, ma a quattro decenni di ecocidio perpetrato ai danni del pianeta e del popolo iraniano.

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