Le Ragioni di Israele
Nucleare Iran, Shine: “Nessuno vuole scendere a compromessi. Il regime è vulnerabile, ma non è caduto”
TEL AVIV
È ancora presto per dire se i nuovi raid Usa sull’Iran riapriranno il conflitto, o se siamo davanti a una sequenza di colpi di avvertimento, pensati da Washington per costringere Teheran a rientrare nei limiti del memorandum d’intesa. D’altra parte, l’operazione ci dice che quel memorandum, nato per tenere aperto lo Stretto di Hormuz e guadagnare tempo sul dossier nucleare, è entrato nella sua fase più fragile. «Nulla è completamente risolto. Siamo soltanto all’inizio di un dialogo in corso». Secondo Sima Shine, senior researcher dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv ed ex responsabile della ricerca e della valutazione al Mossad, l’accordo non chiude la crisi. La sospende. È un risultato importante per l’Iran, che così torna a esportare petrolio, commerciare in dollari e soprattutto si trova sbloccata una parte dei fondi congelati. Condizioni economiche non di poco conto per un regime politicamente in coma farmacologico. In cambio a Teheran viene chiesta l’apertura di Hormuz e l’avvio di un negoziato sul nucleare.
È qui che i bombardamenti americani della notte cambiano il quadro. Se l’obiettivo di Washington è ristabilire la libertà di navigazione nello Stretto, allora possono essere letti come un messaggio militare dentro una logica ancora negoziale. Colpire per impedire all’Iran di trasformare Hormuz in un pedaggio strategico permanente. Se invece Teheran dovesse rispondere in modo più ampio rispetto a quanto già fatto, il memorandum rischierebbe di non essere più uno strumento di contenimento, ma il documento già superato di una tregua mancata.
Shine è scettica soprattutto sul cuore dell’intesa. «Sul nucleare nessuna delle parti intende scendere a compromessi. Il regime lo considera una leva di sovranità e di pressione. Non è disposto a tornare semplicemente al punto in cui si trovava al tempo dell’accordo di Obama. E ritiene che proprio Hormuz gli dia oggi un potere negoziale maggiore». Ancora una volta, lo Stretto si conferma essere non solo una rotta marittima. È l’arma con cui l’Iran tenta di ricordare agli Stati Uniti, ai Paesi del Golfo e ai mercati mondiali che la guerra non può restare confinata al suo territorio.
Al contrario, il conflitto è regionale. Sulla questione Libano, l’Iran chiede la fine della presenza israeliana nella zona cuscinetto e si oppone al disarmo di Hezbollah. «Il Partito di Dio non è soltanto un alleato dell’Iran», spiega l’analista. «È il tramite che ha permesso a Teheran di trasferire le competenze operative agli Houthi nello Yemen e di formare le milizie sciite in Iraq». Sarebbe impensabile quindi abbandonarlo. In caso di accordi falliti, Hezbollah sarebbe la prima pedina che l’Iran potrebbe muovere. Peraltro, un suo disarmo andrebbe contro la sua convinzione per cui nessun equilibrio regionale è possibile senza il placet degli Ayatollah prima, dei Pasdaran ora.

C’è poi il Golfo. L’Iran sa che Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Kuwait temono l’escalation, non possono fare a meno della protezione americana. Anche se da Washington sono rimasti delusi. La loro strategia è obbligata. Per ragioni di sicurezza, sono costretti a mantenere il rapporto con Washington e al tempo stesso a evitare una rottura definitiva con Teheran. La geografia, più della diplomazia, impone prudenza.
Infine c’è la questione interna. Shine invita a non confondere la vulnerabilità del regime con la sua imminente caduta. L’Iran è stato colpito sul piano militare, economico e simbolico. Ma resta uno Stato strutturato, con organismi decisionali che continuano a funzionare e un vertice che, nella persona di Mojtaba Khamenei, governa e reprime. «Non si cambia un regime bombardandolo dall’alto», dice. «L’Iran non è un uomo. È un sistema». Le tensioni interne esistono. L’economia è peggiorata, la corruzione non è diminuita, il malcontento sociale resta profondo. Ma, secondo Shine, il regime userà le risorse recuperate non per migliorare la vita dei cittadini, bensì per rafforzare le proprie strutture. Ovvero Guardiani della Rivoluzione, missili, reti regionali, Hezbollah. E se nuove proteste dovessero esplodere, la repressione sarebbe durissima. «È un regime che vuole sopravvivere. E farà qualsiasi cosa per farlo».
Per questo i raid americani della notte vanno letti senza automatismi. Possono essere l’inizio di una nuova fase della guerra. Oppure il tentativo di impedire che l’Iran trasformi il memorandum in una rendita strategica, incassando i benefici economici senza rispettarne lo spirito. In entrambi i casi, la lettura di Shine resta il punto essenziale: la crisi non è tra guerra e pace, ma dentro una zona grigia in cui diplomazia e forza militare procedono insieme. E proprio questa ambiguità rende il Medio Oriente, ancora una volta, pericolosamente instabile.
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